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Claudio Bondì

Strix

Medichesse, streghe e fattucchiere nell’Italia del Rinascimento

Lucarini, 1989
Recensione di Elena Fogarolo pubblicata in Miopia n.30, settembre 1997, numero monotematico Il tempo di Ecate


La copertina del libro
Link da www.anobii.com

Sei storie di streghe processate e condannate, introdotte da una bella prefazione di Elena Gianini Belotti. I processi si assomigliano tutti (le procedure inquisitorie sono tragicamente monotone e ripetitive) ma l’autore cerca di andare oltre il triste rituale della caccia alle streghe approfondendo la vita di ognuna di queste donne accusate di stregoneria, e restituendo a ciascuna la sua individualità, malgrado i pochi dati biografici disponibili.

Sono in genere donne anziane, quelle che ci vengono presentate. Anziane perché hanno esperienza, perché sanno, e della vita quotidiana più banale, e delle cose d’amore. Donne anziane, le sole che si occupavano delle tribolazioni delle altre donne, le sole a cui le altre potevano rivolgersi.

Scrive in prefazione Elena Gianini Belotti:

«per le innumerevoli ragioni di infelicità personale, la Chiesa predicava la rassegnazione e la sottomissione all’imperscrutabile volere di Dio [...] a queste avversità private tentavano invece di porre rimedio quelle donne che grazie all’età avevano acquisito esperienza nella raccolta e nell’uso di erbe medicinali, nella preparazione di pozioni, elisir, unguenti, balsami e tisane, attingendo ad un sapere empirico che si tramandava oralmente di madre in figlia. Erano più le donne che gli uomini a ricorrere alle loro arti per ragioni d’amore e di sesso oltreché di salute».

Queste donne, che poi sarebbero state dette streghe, rivestivano ruoli diversificati nelle loro comunità: «un po’ levatrici, un po’ mezzane, un po’ psicologhe, un po’ maghe».

Ogni paese, ogni quartiere aveva una donna anziana particolarmente capace, di cui la gente si fidava. A volte la fama andava oltre il paese e la gente veniva da lontano per un consulto.

Ancora Belotti:

«Una donna che “ne sa di più” è un pericolo sociale e uno scandalo perché non sta al posto suo: quando emerge, si distingue, agisce autonomamente e autorevolmente, fa paura e la paura genera ostilità».

Insomma le donne anziane non sono sempre state le tuttofare esautorate che sembrano essere oggi, buone solo per il babysitting dei nipoti e per l’assistenza ai malati.

«Le donne anziane che esercitano le arti mediche, che raccolgono e usano le erbe, che operano incantesimi e fatture, escono dal buio in cui le confina la loro età, attribuendosi poteri illegittimi. Escono dal ruolo domestico, diventano quelle “triste che lasciaron l’ago la spola e’l fuso” che Dante precipita nell’inferno» così continua Belotti, che poco oltre fa un’altra considerazione:

«Se le si è obbligate per secoli a vestire di nero non appena raggiunta l’età matura, è stato per renderle innocue, per neutralizzare quella che si crede essere la loro natura segreta di femmine che hanno accumulato sapienza amorosa ed esperienza carnale».

E infatti la prima delle donne presentate, Gabrina, dimostra una singolare, quasi scanzonata simpatia per le cose della carne, e una comprensione delle faccende sessuali più che attuale.

L’autore non nasconde la simpatia che prova per questa donna di buona famiglia, che non ha bisogno di farsi pagare le prestazioni, e che molte e molti ricercano. Nulla di lei è inquietante e tanto meno “stregonesco”:

«Gabrina degli Abeti in realtà si era comportata come forse tutte le donne di una certa età avrebbero fatto, abitando in un piccolo centro cittadino confinante con la campagna. Di accuse concrete ce n’era una sola: “facere cum herbis”. Ma il binomio donna e raccoglitrice di erbe era antichissimo...».

La Chiesa aveva deriso e tollerato per abbastanza tempo: ad un certo punto divenne una furia perché queste donne facevano abortire e aiutavano a prevenire il concepimento. Viene da chiedersi: ma prima i preti non erano a conoscenza delle pratiche abortive e anticoncezionali delle donne? E’ logico che le erboriste, così vicine alle altre donne, le abbiano aiutate anche in questi frangenti, con compassione e solidarietà. Evidentemente l’aggiustamento della dottrina della Chiesa su queste questioni fu un processo graduale.

Gabrina aiuta tutte, ma sono soprattutto le donne con problemi in rapporto ai maschi che la cercano: problemi di gravidanze, abbiamo detto sopra, volute o no, problemi di amori non corrisposti e anche problemi di mariti maneschi. Il comportamento di Gabrina non differisce da quello di altre erboriste:

«Esse si trasformano da raccoglitrici e somministratrici di pozioni semplicistiche ad ordinatrici di tutto il patrimonio medico e magico che ruotava intorno all’amore, al matrimonio, alle nascite (desiderate e indesiderate) al sesso tra coniugi o fuori dal legame matrimoniale».

La semplicità delle somministrazioni consigliate da Gabrina è ben rappresentata da un episodio riportato dall’autore: per un marito manesco prescrive camomilla! Accidenti cosa fanno ‘ste streghe! Fanno anche altre cose della stessa semplicità, come prevenire le gravidanze: ma, per un’ideologia sessuofobica, questo era un abominio. La Chiesa infatti

«vedeva nelle pratiche anticoncezionali, nell’aborto, nell’esercizio di un sesso edonistico fuori e senza matrimonio, senza procreazione, il segno che il diavolo appunto, tessitore di nefande circostanze, cercasse attraverso queste sventurate di impadronirsi del mondo, di quante più anime potesse».

Elena Fogarolo

1) Il libro è citato alle pagine 49, 53-54, 55, 58, 102, 105, 138, 145, 436, 443.

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