Luisa Muraro
L’ordine simbolico della madre
Riferisce Luisa Muraro in prefazione al suo recente libro L’ordine simbolico della madre: “A scriverlo ci ho messo dodici mesi dei quali quattro per trovare il punto di partenza” (1).
Ciò che dà una connotazione strettamente filosofica a questo testo è proprio la necessità e l’urgenza di trovare “l’inizio”, il fondamento logico/ontologico del proprio pensare. L’impasse iniziale – quell’apparente arresto di quattro mesi – sottende un lavorio intenso, un ripensare a fondo i modi in cui la tradizione filosofica occidentale ha posto la questione dell’inizio: “L’inizio della filosofia sarebbe come il suo germe, nel senso che la filosofia si svilupperebbe dal suo interno” (2).
Senonché – osserva Muraro – passando a vedere
come i filosofi risolvano il problema del cominciare in maniera logica, ho notato che tutti, pur nella varietà delle soluzioni, cercano di semplificare al massimo il punto di partenza, togliendone molto, moltissimo, di quello che di fatto può trovarsi in quel punto quando uno si mette a fare filosofia. Nessuno di loro comincia dalla realtà data, come avrei fatto io (3).
Il filosofo inizia quindi con una sospensione del giudizio che pretende di azzerare l’organizzazione attuale dell’esperienza, dimenticando i rapporti dati che la supportano e la precedono, e senza cui il suo stesso pensare non sarebbe. Il filosofo ricomincia dall’io: l’unica “cosa” della cui esistenza ritiene di essere logicamente sicuro. Così è una posizione di solipsismo l’unico dato “certo” su cui la filosofia (non solo in ambiente razionalistico) costruisce il sistema della conoscenza e le proprie ormai vacillanti certezze, quanto meno da Descartes in qua. Il filosofo pretende – dopo aver posto il punto di partenza nel soggetto di mettere al mondo il mondo secondo logica. Ma si tratta di una logica stravolta: perché ogni “creazione” filosofica ha rimosso il dato da cui attinge la propria linfa vitale. Ossia, nell’esposizione di Muraro, il rapporto con la madre e, nel suo àmbito, l’apprendimento della lingua, il primo accesso simbolico al mondo. Muraro ci ricorda inoltre come la filosofia si sia anzi volentieri appropriata dell’immagine della madre e del maternage per spiegare la propria opera di “creazione”, invertendo l’ordine naturale delle cose:
È un’operazione molto semplice, si confonde quasi con l’operazione della metafora, la più comune delle figure: consiste nel trasferire alla produzione culturale (come la scienza, il diritto, la religione) gli attributi della potenza e dell’opera della madre, spogliando e riducendo lei a natura opaca e informe, sopra la quale il soggetto [...] deve innalzarsi per dominarla (4).
A questa negazione dell’esistente nella fondazione dell’ordine logico, e in particolare all’atteggiamento antimaterno della fiilosofia, Muraro attribuisce – seguendo un filo autointrospettivo acuto e generoso – certe contraddizioni sperimentate nel suo personale rapportarsi alla filosofia, disciplina che da un lato la attraeva con la promessa dell’autonomia e dell’indipendenza simbolica (anche dalla madre) e d’altro lato oscuramente la respingeva.
Muraro racconta come la soluzione all’impasse che le impediva di trovare il suo punto di partenza le si sia imposta improvvisamente e gioiosamente come riconoscimento del rapporto con la madre, come affermazione (in luogo della negazione tradizionalmente operata dalla filosofia) dell’ordine simbolico materno. Soluzione che non scaturisce dai tradizionali procedimenti filosofici, ma in conseguenza di una prassi: “la via d’uscita l’ho trovata però non con la filosofia ma con la politica delle donne” (5).
Credo che possiamo lasciare il discorso di Muraro a questo punto (6), che di per sé già comporta notevoli implicazioni. Quell’indagine sul problema del cominciare, da una parte dice molto sul mistero di una estraneità delle donne rispetto agli intenti e allo stile della filosofia (occidentale e moderna). D’altra parte, ed è l’aspetto che qui più mi importa rilevare, quell’indagine ci costringe a evocare aspetti segnatamente maschili dell’atteggiamento filosofico (7).
Credo che chiunque si sia accostato – lasciandosene avvincere – allo studio della filosofia, possa comprendermi se affermo che tale studio può accompagnarsi a un atteggiamento emotivo particolare, che chiamerei di leggero delirio. È ben possibile “cadere” nella filosofia. Cedere al fascino di un’attività mentale astratta, dissociata dall’investimento emotivo interpersonale. Perché dissociata? Perché un certo pensare filosofico è diverso da altre forme di astrazione. Pensare un teorema matematico può assorbire, temporaneamente, in modo totale. Ma non ci porta in un altro mondo, a meno che la matematica non si converta in un matematismo filosofico (e questo del resto è un evento ricorrente nella filosofia occidentale). Il pensare filosofico è particolare perché ha a che fare con i significati, con la corrispondenza tra i termini della lingua e il mondo reale (problema degli “universali”, della validità del discorso scientifico e non, ecc.). In termini generali la filosofia, “scienza prima” già in Aristotele, si arroga una funzione normativa o, come si esprimeva lo strutturalismo, uno statuto gerarchicamente sovraordinato.
In termini di esperienza psicologica individuale, credo che la discussione sul significato, che non è – appunto – “una realtà data” ma qualcosa su cui il soggetto si interroga e che sottopone al proprio arbitrio, si colleghi in fondo a una fantasia maschile di potenza. Creare da me i significati, dare o ridare senso al mondo partendo da “leggi” necessarie sì, ma la cui necessità deduco dal soggetto, dall’io. Si tratta di una fantasia di potenza che ha la stessa coloritura emotiva che fa dell’informatica un pallino – e volentieri un’ossessione – così tipicamente “maschile”. L’informatica avvince tanto non per il suo rigore, per la sua astrattezza, ma per la presa che questa astrattezza dovrebbe avere sul mondo (così si fantastica, ma la fantasia è corroborata dal visibile crescente potere della tecnologia). Un’ossessione informatica della sostituzione del naturale con l’artificiale, si può ben vedere per esempio nell’enfasi con cui i media periodicamente illustrano le ricerche sui frattali, ossia le formule matematiche dedotte da strutture esistenti in natura. Algoritmi pensati da me rifanno il ramo dell’albero, le sinuosità della montagna, il moto dell’onda marina. La “passione” con cui si cerca di costruire un mondo informatico, o con cui si aderisce al progetto/modello filosofico di cui si diceva prima, di origine cartesiana, suggerisce la potente presenza di un trasferimento affettivo.
I segni del delirio filosofico è facile scoprirli. Identificandoli magari nella cultura di massa, per esempio nello stereotipo, così frequente nel cinema, del giovane asociale paranoicamente imbevuto di filosofia nicciana (anche se la fonte è inattendibile nella sua mitizzazione del fenomeno). Oppure nei ricordi, che si affacciano alla memoria senza doverli tanto cercare. Un amico di qualche anno più vecchio di me, la mattina frequentava il liceo, il pomeriggio lavorava per mantenersi e studiava di notte. Quando già si trovava in uno stato di affaticamento mentale, fece suoi – con un determinazione ossessiva – i principi dell’etica kantiana, pretendendo di far fronte con questi a tutti gli aspetti della vita, dall’amore alla politica. Si trovò, naturalmente, in una situazione di isolamento emotivo che si aggravava a spirale. Oppure ricordo un’espressione che mi fu riferita ai tempi del ’68: “coitare con Hegel”, che potrebbe essere tradotta con “passare lunghe ore sui testi di Hegel traendone un indicibile piacere intellettuale”. Ma che nella forma originale esprime molto più significativamente la componente auto–erotica, narcisistico–maschile della speculazione filosofica. E la presenza, appunto, di un potente trasferimento emotivo.
E qui cade a segno l’analisi di Muraro. Per quel “leggero delirio” che sento come mio e come maschile, s’impone l’ipotesi della rimozione del rapporto col materno e col femminile. Come negare – negli uomini – la perdita o l’enorme diminuzione delle capacità di relazione, in parallelo al tentativo a volte forsennato di sostituire a una realtà data di rapporti – confusamente e irrequietamente percepita – un mondo simbolico “autonomo”, dissennatamente autonomo, inventato, fittizio, dove l’io si carica di valore a scapito delle entità negate e seppellite?
L’esplorazione di questa rimozione da parte maschile è ancora preistoria. Le donne hanno aperto la strada, a partire – forse – dallo splendido corpo–a–corpo di Luce Irigaray con certi testi di Freud, nella prima parte di Speculum. Mi è evidente la giustezza dell’analisi femminile, ma mi è impossibile – ancora – vedere rivelata la mia scissione nella sua origine e nel sua esatto sviluppo; in necessaria attesa di compagni di viaggio che comprendano lo spostamento culturale in atto, e il significato profondo che si cela nella frase “la politica è politica delle donne” (8).
Gastone Redetti
1) Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 1991.
2) Op. citata, pag.4.
3) Ibidem, pag.5.
4) Ibidem, pag. 10.
5) Ibidem, pag.9. Muraro parla anche di un vantaggio non secondario che le è venuto da questa svolta: “trovata Ia via d’uscita dalla trappola, Ia filosofia ha preso subito un nuovo senso, favorevole alla nuova direzione della mia ricerca”. Con questo, Muraro si allontana – come Iei stessa rileva – da vecchie posizioni “anticulturali” del movimento delle donne, per cui una rinascita del pensiero femminile sarebbe possibile solo dopo una totale distruzione o decostruzione del pensiero patriarcale. Personalmente ritengo rilevante questa operazione di Muraro: non certo perché sia ansioso che il femminismo operi correzioni a posizioni “estreme” ma perché mi sembra che il pensiero della differenza ne esca rinsaldato, riducendo Ia possibilità che la sua semplificazione si giri in una nuova mistica della femminilità.
6) Il testo di Muraro propone poi (passando attraverso la contestazione di varie forme e modi di nichilismo filosofico, e integrando le argomentazioni filosofiche con richiami alla psicoanalisi, alla linguistica. all’estetica ecc.) una metafisica rinnovata, orientata nel senso di un realismo non dogmatico, in cui il senso dell’essere si fonda su un ritrovato “saper amare la madre”. Rimando però alla lettura diretta: si tratta di un testo di grande vitalità dimostrativa, di cui non si può rendere conto con sommarie semplificazioni.
7) Per lo meno in relazione a quel pensare filosofico che si situa al di qua “della capacità di oltrepassare i limiti del regime di mediazione in vigore” (op. cit. pag. 23), Un “al di qua” che è poi forse la condizione normale della filosofia attuale.
8) Titolo e argomento dell’articolo di Luisa Muraro su Via Dogana n.1, Giugno 1991.