Lina Merlin
La mia vita
Se la legge Merlin, che abolì in Italia le case chiuse gestite dallo stato, è molto nota, ben poco conosciuta è Lina Merlin, la donna da cui la famosa legge ha preso il nome. Lina Merlin si adoperò inoltre, tra l’altro, perché nella stesura della Costituzione fosse enunciato esplicitamente il rifiuto della discriminazione per sesso, si occupò che fosse abolita l’orrenda dicitura “figlio di NN” e promosse la legge per l’assistenza ospedaliera gratuita al parto.
Elena Marinucci, una leader del PSI, fu influenzata in gioventù da questa figura di donna combattiva e audace, ma non poté mai conoscerla, perché a quei tempi Elena era ancora una ragazza, bloccata nella sua città di provincia. Però, non appena capitava l’occasione, chiedeva ai compagni di Roma maggiori e nuovi ragguagli, volendo farsi un’idea anche personale della donna che le suscitava tanta ammirazione.
Ma, scrive Marinucci,
«mi procurava particolare amarezza il fatto che tutti, magari involontariamente, operassero un ridimensionamento della sua figura riportando il discorso sulla legge che l’ha resa famosa, senza rinunciare peraltro a quelle battute cui ciascun uomo si sente obbligato da un malinteso senso di virilità. […] perché questa grande sorella la cui vita e la cui opera avrebbe potuto contribuire a costruire quel “modello” di cui riconosciamo l’esigenza per consolidare la presenza a pieno titolo delle donne nella società, continua ad essere lasciata alla episodica e non sempre benevola citazione della cronaca?».
Marinucci conosce bene i partiti della sinistra ed è quindi con amarezza consapevole che precisa:
«lungo tutta la sua vita, Mialina [Lina Merlin, n.d.r.] difese la sua intangibile femminilità in un mondo politico, particolarmente quello dei partiti della sinistra, nel quale le donne erano costrette a mimetizzarsi rinunciando ai simboli del femminile e/o ad accettare familiarità, avances e anche rapporti sessuali, salvo poi dover subire condanne morali e pesanti giudizi che servivano anche a svalorizzare il lavoro politico».
Nella sua autobiografia, Lina Merlin usa un linguaggio quasi arcaico, ottocentesco. Non ebbe tanta fretta di rendersi “moderna”, rimase fedele a modelli umani come Turati e quando il suo partito non fu più abbastanza “suo”, ne uscì.
Scrisse l’autobiografia a ottant’anni, una autobiografia molto scarna, intrapresa su sollecitazione della figlia adottiva. Proprio perché si tratta dello scritto di una donna anziana, lontana dalle cose che racconta, tanto più interessante è vedere quali avvenimenti Lina Merlin abbia “salvato” fra tanti. Lina ha salvato soprattutto le esperienze che le hanno confermato che non esiste una malvagità innata negli esseri umani, che il socialismo è giusto e possibile, che le sue aspirazioni non erano follia. Mi ha molto toccata leggere come Lina si comportò negli anni di prigionia e di confino. C’era in lei una capacità istintiva di ispirare dignità.
Lina è in viaggio, unita ai carcerati per reati comuni: assassini, ladri. La gente intorno a loro li guarda, lei una ragazza per bene mescolata a quella gente, ridotta come quella gente:
«E allora uno di quei galeotti levava i polsi incatenati, con una mano reggeva il suo fardello di cenci e con l’altra mi faceva un cenno di saluto e poi gridava a gran voce. “E’ una prigioniera politica”».
Come il galeotto, c’è il maresciallo che dice a un conoscente “è mia sorella”, attribuendole così, per proteggerla, uno dei nomi più sacri nelle culture mediterranee: «Fui commossa da questa scintilla di umanita che aveva rischiarato il mio cammino nella buia notte della persecuzione».
È al confino in Sardegna, dove si fa conoscere, amare, e si rende utile dando ripetizioni. C’è il rischio di un trasferimento in una località più scomoda, meno gradita e per questa faccenda deve presentarsi al prefetto:
«Era d’estate e mi vestii elegantemente di bianco, partii per Nuoro con i carabinieri [...] il Prefetto alzò gli occhi e parve meravigliato nel vedere un cherubino invece di una tremenda sovversiva: “ma lei è... proprio lei” balbettò».
E segue tra i due un’ottima conversazione. Questa donna educata dalle suore, che di se stessa dice «Io sono cresciuta accanto a mia nonna e mia madre che furono donne oneste, e, come sposa, sono stata al cuore di un uomo che fu l’apostolo di un’idea» deve affrontare lo spinoso, delicato, bruciante problema delle case chiuse.
Credo che lo spirito con cui affrontò non solo il problema ma le donne che ne erano il centro possa essere illustrato da questo aneddoto:
«I commessi mi dissero che alcune donne avevano chiesto di me. “Sa, sono di quelle. Torneranno alle dieci.” Diedi ordine di farle entrare e di condurle nel mio ufficio: ero Segretaria alla Presidenza del Senato. Alle dieci, puntualmente vennero e furono introdotte da un commesso. S’avanzavano lente, con la testa bassa, le invitai ad avvicinarsi, sedersi. Quando furono vicine, fecero una profonda riverenza e mi baciarono, chi la mano, chi le vesti. “In che cosa posso esservi utile?”, chiesi. Mi risposero che venivano a ringraziarmi: “Ora non abbiamo più quella carta, non siamo più schedate, siamo cittadine come le altre...”. Le confortai come meglio sapevo e infine ebbi un’idea. “Volete visitare il Senato?” [...] le accompagnai alla buvette. [...] “Che cosa posso offrirvi?” [...] Le accompagnai a vedere gli affreschi in sala Maccari».
Questo episodio può sembrare una cosa da nulla: ma quanta istintiva intelligenza racchiude! Lina non finge una familiarità che non ha, non si tinge di una spregiudicatezza che le è estranea. Rimane se stessa, una professoressa al momento senatrice, una socialista che crede nella dignità di tutte le creature. E in questa fedeltà a se stessa trova il tono giusto, i gesti giusti, le parole giuste. Come per qualsiasi ospite, lei segue la tradizione antica che vuole che si offra qualcosa. E poi, si mette a fare l’insegnante, porta le donne di sala in sala illustrando affreschi, traducendo frasi dal latino. Dalle loro osservazioni deduce che dovevano essere andate a scuola fino alla quarta elementare.
Un altro episodio dimostra la sua arguzia, il suo innato dono per la parola. Stava visitando una famosa casa e la maitresse diceva delle sue prostitute:
«”sa, sono contente, le tratto come figlie” (occhiate ironiche delle... figlie), guadagnano molto, ognuna si comprerà l’appartamento o la villa e ha denaro in banca”. Alla fine della visita, quando si venne a parlare della probabile chiusura delle case,la maitresse piagnucolò: “Poverine, dove andranno, che faranno queste povere figliole”. Io, pronta: “Signora, non si preoccupi. Andranno nei loro appartamenti, nelle loro ville, vivranno con le rendite dei capitali che hanno guadagnato qui e depositato in banca”. La donna tacque e le altre risero di gusto».
Lina non nutriva irrealistiche speranze circa la legge che prese il suo nome: non si aspettava certo che la legge avrebbe tolto di mezzo la prostituzione, le interessava che quelle povere schiave non fossero più tali. Dopo la chiusura delle case cercò di seguire molte prostitute, le aiutò. Il suo realismo di politica la porta ad annotare che «una, che ora pratica ancora la prostituzione da sola, riceve tre o quattro clienti invece dei cento al giorno che doveva fare prima!».
Cento, ottanta, cento... queste cifre tornano nei suoi discorsi, nei suoi ricordi. Lo stato di schiavitù di queste donne indigna la sua coscienza di socialista. Per quanto “navigata” come politica, rimane sorpresa che le donne “per bene” siano contrarie alla sua legge. E davanti alla meschinità di quelle che si chiedono dove andranno adesso i loro figli a sfogarsi sessualmente, ha una risposta dura:
«Conosco altre signore che hanno la sua stessa preoccupazione. Perché non mette a disposizione dei loro figli, le sue figliole e chiede il viceversa? […] Sa, anche ’quelle signore’ sono figlie di qualcuno e sono nate pure come nascono tutti».
La notorietà che venne a Lina Merlin dalla legge abolizionista infastidì i compagni di partito: Lina fu vittima di piccole e grandi meschinità, che la indussero a restituire la tessera. In una lettera all’operaio Bertelli, datata 8 novembre 1961, Lina scrive tra l’altro:
«Ecco perché restituii la tessera: per risparmiare a me una immeritata umiliazione e al Partito la vergogna di porre sotto giudizio chi aveva dato oltre quarantadue anni di vita al socialismo. Ma si credeva proprio che qualche affettuosa frase di Nenni potesse farmi ingoiare l’amarezza di una situazione, divenuta purtroppo irreparabile [...] Ma sono una adolescente isterica io? O mi abbasso ad una lite con un cialtronello ignorante, assurto alla carica di federale? O io, educatrice per vocazione, posso diventare nemica dei giovani, invece che madre ed educatrice sempre?».
Così non si ripresenta alla legislatura seguente, torna alla vita privata, al suo mestiere di insegnante. Scrive Marinucci:
«A Lina Merlin l’essersi battuta contro i privilegi maschili costò amarezze ed emarginazione. Gli uomini non le perdonarono di aver liberato quelle tremila donne (tante erano le prostitute nelle case di tolleranza) e di averli privati di quel rassicurante spazio di piacere e di potere».
La morte la colse a Padova, nel 1979, isolata.
Elena Fogarolo