Thomas Mann
La montagna incantata
Ci sono libri che leggiamo senza capire. Non comprendiamo, per una volta, la molla di un autore che per il resto amiamo, ma sorvoliamo pensando “non è sulla mia lunghezza d’onda, a me non piacciono i romanzi filosofici, ecc”.
La montagna incantata, per esempio, non è un libro che può essere capito da una donna: né da una ragazza, né da una donna matura. Perché nelle sue oltre ottocento pagine parla di un problema che le donne non esperiscono neppure: la necessità di aderire, con uno sforzo di volontà, al mondo. Di scegliersi davvero un lavoro, duro, che permetta di far soldi e mantenere se stesso e moglie e figli nell’agiatezza, pestando i piedi agli altri, imparando a farlo senza impietosirsi.
Giovanni Castorp, protagonista de La montagna incantata, non possiede questa volontà virile: è un trepido ragazzo di ventiquattro anni, orfano, allevato dagli zii, si presume piuttosto freddamente. La persona che lo ha più caro è la governante. Giovanni decide di fare l’ingegnere navale, anche se non ama molto quel lavoro. Prima di iniziare il suo apprendistato va a trovare in sanatorio il cugino Gioacchino, per una visita di tre settimane. Queste tre settimane diventeranno sette anni. Che cosa accade? quale catastrofe obbliga Giovanni a stare sette anni in sanatorio? Giovanni non è un colosso, sia chiaro, altrimenti la sua finzione non avrebbe potuto aver luogo: è un po’ anemico, facile ai raffreddori, e i suoi polmoni rivelano piccole cicatrici di precedenti malattie. Ma già prima del parere dei medici sulla sua incerta salute, Giovanni aveva fatto i suoi conti: penna alla mano, aveva visto che con la sua piccola rendita poteva vivere benissimo, al sanatorio.
Giovanni quindi si medicalizza. La parola, “tisi” viene a giustificare quello che, in realtà, è un ozio. Giovanni può così starsene sulla sedia a sdraio a prendere l’aria dei monti, ma soprattutto a pensare. Quello che pensa, quello che dilettantescamente sperimenta. Va dalla biologia all’astronomia, alla botanica, alla teologia; nonché al volontariato, assistendo i malati terminali. Giovanni apprende anche, un poco, a sciare; fa esplorazioni nei boschi, si perde, rischia di morire. Tutte queste esperienze avvengono dentro il clima non solo protettivo, ma rigidamente scandito del sanatorio con i vari pranzi, le merende, le abbondanti colazioni, i controlli.
Giovanni sembra proprio una ragazza che prova un po’ di tutto ma alle otto di sera deve essere a casa.
Di questo romanzo, di solito, si mette in luce soprattutto il rapporto pedagogico con i due maestri, Settembrini e Naphta: mi sembra che troppo poco si evidenzi che si tratta di maestri insufficienti. Giovanni non li ama.
È una impasse per mancanza di amore che blocca Giovanni. Forse mancanza di amore femminile all’inizio, ma sicuramente mancanza di amore dal/ per il proprio sesso quando scoppia la crisi.
Giovanni non ama i maschi. Come non li ama abbastanza Thomas Mann, che di questo si rammaricò per tutta la vita. Giovanni Castorp può vivere tra una sedia a sdraio, un lauto pranzo, un buon sigaro. Ma non oltre. Eppure, ad un certo punto, una sorta di nausea penetra nelle pagine del libro.
Il protagonista è sazio, anche l’autore è sazio. Si sente l’urgenza di un parto, di una drastica mutazione, di un cambiamento di pelle, di personalità. E questo avverrà, ma in quale modo!
Nulla ha potuto smuovere l’anima addormentata di Giovanni: non le bellezze della scienza, non la sublimità dell’arte, non la compassione per gli uomini, non la maestosità della natura, non il fascino delle donne. Il protagonista non ha trovato un maestro-mediatore di sufficiente altezza... e allora? Allora la guerra lo salverà.
Scoppia la prima guerra mondiale e subito, senza più pensare, Giovanni fa le valige e si arruola come volontario. La guerra permette il mutamento, la guerra permette di liberarsi dall’estremo imbarazzo del giudizio individuale: diventa giusto, semplicemente, fare quello che fanno gli altri.
Giovanni solo ora si avvede che
lo si lasciava in pace un po’ come uno scolaro che gode della prerogativa stranamente allegra di non essere più interrogato, di non essere più costretto a lavorare perché è stabilito che egli ripeta la classe. (1)
Ma ora che c’è la guerra, l’addormentato si sveglia:
...un tuono storico che scosse le fondamenta della terra, ma un tuono che per noi fa saltare la montagna incantata e getta fuori dalla sua porta, senza riguardi, colui che da ormai sette anni ci viveva.
Si vide sciolto dalla magia, salvato, liberato. Non per propria forza, come doveva riconoscere a sua vergogna, ma per merito di forze elementari esterne che avevano operato la sua liberazione senza volerlo, come una cosa molto secondaria e Indifferente. Ma se anche il suo destino spariva davanti al destino generale, non si esprimeva forse in esso una certa bontà, una certa giustizia divina?
E’ noto che Thomas Mann (a differenza del fratello) fu convinto interventista in occasione di quella guerra, e che poi si pentì.
Che anime sensibili ed elette come quella di Mann vedano nella guerra il rimedio dei mali maschili, resta non solo un equivoco da chiarire, ma anche un veleno da estirpare: perché libri come La montagna incantata avvelenano una giovane mente più di quanto non succeda con un film di guerra. Soprattutto, anche i più sensibili tra i maschi imparano ad inginocchiarsi davanti al dio della guerra.
L’ultimo paragrafo del libro presenta toni lirici che, nel loro goffo irrealismo, a occhi non incantati risultano comici, ma anche atroci. Ora infatti non siamo più nel sanatorio ossessivo, siamo in un campo di battaglia. Ci sono dei soldati:
Quei militi sono stati chiamati a raccolta per dare l’ultimo impulso alla lotta che dura da tutto il giorno, per riconquistare la posizione sulle colline e, dietro di esse, i villaggi in fiamme che il nemico ha presi due giorni or sono: è un reggimento di volontari, sangue giovane, studenti per lo più, uomini che si trovano da poco al campo [... j ed ora qui, il loro sangue giovane ha sopportato tutto, i loro corpi eccitati e già esausti, mantenuti in tensione da profonde riserve vitali, non chiedono né riposo né nutrimento. I visi bagnati, lordi di fango, incorniciati dal sottogola, ardono sotto l’elmo posto di sghembo sulla testa. Ardono per lo sforzo fatto e nel ricordo delle perdite subite [...j Sono tremila affinché possano essere ancora duemila quando raggiungeranno i villaggi dietro le colline [...j formano un corpo destinato a combattere e a vincere anche dopo gravi perdite, a salutare la vittoria ancora con migliaia di evviva, escludendo coloro che non giungeranno fino a quel momento perché caduti lungo la strada [...j Quando sentono il sibilo di un proiettile si gettano a terra, poi tornano a balzare in piedi e via di nuovo con grida di baldanza giovanile perché il proiettile non li ha colpiti [...j sono immersi nel fuoco fino al collo, Che lo facciano con gioia quantunque fra i tormenti di una paura sconfinata e di una indicibile nostalgia, è cosa nobile per se stessa, cosa che ci stupisce e ci confonde, ma che non dovrebbe essere motivo per metterli nella situazione in cui si trovano.
Infatti Mann non fece il soldato, chiacchierò soltanto. Ma sono chiacchiere micidiali.
E infine lo vediamo, questo Giovanni Castorp che per ottocento pagine ci ha mostrato le pieghe riposte della sua anima! Cosa credete che faccia mentre marcia sotto i proiettili?
Ebbene, ci crederete solo se avete già letto il libro: canta! Però qualcosa della sua raffinatezza rimane: canta un lied di Schubert. E così cantando si allontana da noi, e non sapremo se resterà vivo...
Ma che importa, se come ci dice Mann “da questa festa mondiale della morte, da questo malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa, sorgerà un giorno l’amore?”.
Cosi finisce il romanzo. Non finisce però il nostro sconcerto: dove sono quelle madri tanto amorose che li misero al mondo, quei ragazzi, affermando che li avrebbero protetti da tutto?
Quelle madri amorose non sono diverse da Giovanni Castorp: egli uscì dal suo blocco psichico con la guerra, noi lo facciamo, benedette dalla società, facendo figli.
Ma questi figli fatti in stato di sonnambulismo, per uscire dal caos di un dilettantismo insensato, senza alcuna preparazione morale, non sono vita nel senso umano.
Il caos, la ferocia, l’insanità della guerra cominciano molto prima di essa. E le donne, in questa scena, non sono delle estranee. No, non siamo innocenti, neanche noi. Quasi tutte usciamo dalla nostra personale montagna Incantata partorendo un figlio, nel dolore, nel sangue, nell’incoscienza: e per questo ci applaudono.
Elena Fogarolo
1) Thomas Mann, La montagna incantata, trad. di Bice Giachetti-Sorteni, Dall’Oglio 1973. Il volume è citato alle pagine 93, 796, 798, 800-802, 803.