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Hermann Hesse

Il giuoco delle perle di vetro

Das Glasperlenspiel, 1943


Arnoldo Mondadori Editore, 1979.
Recensione di Elena Fogarolo pubblicata in Miopia n.14, settembre 1992, con il titolo Amore magistrale - Sublimità del rapporto educativo in Hermann Hesse.


Ritratto di Hermann Hesse
Hermann Hesse
Link da famouspoetsandpoems.com

Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse è, come tutti i bei libri, tanti libri in uno. Qui lo prenderemo in esame come se fosse un poema che canta la grandezza del rapporto pedagogico.

Prima di procedere, varrà la pena di riassumere la trama in poche righe. Il protagonista è Josef Knecht, un ragazzo che cresce in un paesino della provincia di una nazione immaginaria. Josef viene staccato dal paese per far parte della Castalia, l'organismo scientifico, conoscitivo e meditativo che è il motore spirituale dello Stato.

Josef ha talento e fortuna; sale così tutti i gradini della gerarchia fino a un'altissima carica: diventa "maestro del gioco delle perle di vetro". Dopo essersi distinto anche qui, come uno dei più grandi nella storia della Castalia, abbandona tutto per andare a fare il precettore del figlio di un amico, un ragazzino dotato e testardo. Per non perdere l'ammirazione di quest'ultimo, nuota in un lago troppo freddo e muore.

Il grande mutamento nella vita di Josef bambino si manifesta con un incontro: il Magister Musicae della Castalia deve venire al paese per un'ispezione al locale insegnamento della musica e

«il ragazzo si figurava in vari modi il prossimo avvenimento, immaginava anzitutto grandi feste pubbliche e un corteo simile a quello per l'insediamento del borgomastro, con la banda e le strade imbandierate, eventualmente con fuochi d'artificio» (1).

Ma non accade nulla di tutto questo:

«il ragazzo sospirava per quel giorno, finché esso venne e incominciò con una delusione: niente musica per le strade, niente bandiere, niente festoni appesi alle case».

L'incontro con il destino avviene senza chiasso esteriore. È il turno di Josef di essere esaminato dal Magister. Egli suona e ascolta suonare il Maestro:

«il cuore del ragazzo traboccava di venerazione e d'amore per il Maestro, le sue orecchie percepivano la fuga, gli pareva di ascoltare musica per la prima volta, intuiva sotto l'opera musicale che nasceva davanti a lui lo spirito e l'armonia beata fra legge e libertà, fra obbedienza e comando, si votava a quello spirito e a quel Maestro, vedeva se stesso, la sua vita, il suo mondo intero guidato in quei minuti, ordinato e interpretato dallo spirito della musica [...] Aveva sperimentato l'atto della vocazione che si può ben chiamare un sacramento: è l'atto per cui il mondo ideale che fino a quel momento il giovane cuore aveva conosciuto soltanto per sentito dire, o per averlo sognato nei suoi sogni ardenti, diventa visibile e si spalanca in un invito. Quel mondo non solo esisteva in qualche luogo lontano del passato o nell'avvenire ma era presente e attivo, mandava irradiazioni e messaggi, apostoli e missionari [...] la vocazione non era soltanto un momento di felicità e un avvertimento nel suo cuore e nella sua coscienza, ma anche un dono fatto a lui dai poteri terreni».

Mentre questo accade nell'anima impazzita di gioia del fanciullo, l'attenzione del maestro ─ l'altro polo del rapporto ─ è tesa ad accertare

«che quel ragazzo avesse in sè la stoffa del musicante in senso superiore e la capacità di entusiasmarsi, d'inquadrarsi, di essere rispettoso e obbediente al culto».

Per Josef c'è stato dunque l'incontro che ha segnato la sua vocazione:

«Varie sono le specie e le forme della vocazione, ma il nocciolo e il significato dell'esperienza sono sempre gli stessi: l'anima è svegliata, trasfomata o elevata dal fatto che invece dei sogni e dei presentimenti interiori si manifesta improvvisamente e interviene un richiamo dall'esterno, un brano di realtà».

Il futuro resta però ancora incerto, restano aperte le contraddizioni con la vita presente e il mondo d'origine:

«tutti lo abbandonavano senza che egli fosse sicuro di non essere lui ad abbandonare gli altri, di non aver provocato con quel morire e con quello straniarsi dal proprio mondo caro e solito una propria colpa per ambizione e presunzione, per superbia e infedeltà, per difetto d'amore. Questi sono i più acerbi fra i dolori che accompagnano una vera vocazione. Chi è chiamato non accetta soltanto un dono e un comando ma si addossa anche quasi una colpa».

Tutta la storia di Josef è storia di una solitudine moderata da una sorveglianza, da un'indicazione.

I maestri non gli stanno appresso, non lo spingono come se fosse una pecora. Egli deve camminare da solo ma, poiché potrebbe smarrirsi, essi sorvegliano e, di tanto intanto, dicono qualche parola. Lo lasciano tanto solo che può fare l'esperienza dell'essersi perso, anche se non lo è davvero. Ma il calice è amaro realmente quando si deve

«attraversare una di quelle crisi nelle quali tutto lo studio, tutti gli sforzi mentali, lo spirito in genere, ci appaiono dubbi e senza valore e nelle quali abbiamo la tendenza a invidiare ogni contadino che ara, ogni coppia d'innamorati e persino l'uccelllo che gorgheggia fra i rami e il grillo che canta nell'erba estiva [...] Mi figuravo le più curiose possibilità di fuga e liberazione, pensavo di andare per il mondo a fare il musicante nei balli per le nozze e qualora, come nei vecchi romanzi, uno straniero fosse venuto a suggerirmi di indossare una divisa e seguire un esercito qualunque in una qualunque guerra, ci sarei andato».

In queste parole del Maestro, che parla ad un Josef disorientato e in difficoltà, è descritta con grande efficacia l'esperienza dell'essere senza guida, senza maestro, come atroce esperienza soggettiva di smarrimento e come effettivo pericolo di perdersi.

Ma è proprio la presenza di un maestro che salva il ragazzo. Il maestro parla del proprio passato, segnato da crisi identiche a quelle dell'alunno. La strada personale, per quanto irta di ostacoli, appare percorribile se sappiamo che un altro, un altro che stimiamo, l'ha percorsa prima di noi:

«per la prima volta si rese conto che anche un Maestro, un semidio, può essere stato giovane e avere imboccato vie traverse [...] Dunque era possibile errare, stancarsi, cozzare contro i precetti e tuttavia cavarsela, ritrovare la via giusta e diventare infine un Maestro. Così superò la crisi».

Per Hesse quindi anche il male va insegnato, perché non divenga una palude mortifera: solo la conoscenza, trasmessa nel rapporto pedagogico, di altri mali vinti in passato può aiutare il giovane a superare il male proprio. Ormai Josef è adulto, ma non sono cessati i rapporti con i maestri. Un rapporto di venerazione per uno più avanti di te sembra essere, per Hesse, condizione necessaria per vivere degnamente.

Il destino comincia a profilarsi. Josef ha successo, sarà forse uno che comanda.

Ma Josef nicchia, non vuole saperne del potere:

«È cosa bella e seducente esercitare un potere sugli uomini e distinguersi dagli altri, ma vi è contenuto anche un potere demoniaco, tanto è vero che la storia universale consta di una serie ininterrotta di dominatori, capi e comandanti, che salvo rarissime eccezioni hanno incominciato bene e finito male [...] Si trattava di consacrare e render benefico il potere datogli dalla natura mettendolo al servizio della gerarchia: ciò gli era stato sempre ovvio».

La gerarchia è indispensabile perché l'essere umano possa vivere la sua vita perennemente in rapporto pedagogico, in un misto di erotismo e misticismo, che per Hesse è l'unico rapporto umano degno di tal nome:

«Se l'Autorità superiore ti chiama a una carica, sappi che ogni avanzamento nella graduatoria delle cariche non è un passo verso la libertà, ma verso il legame. Quanto più alta la carica, tanto più stretto il legame. Quanto più vasto il potere, tanto più rigoroso il servizio. Quanto più forte la personalità, tanto più vietato l'arbitrio»

(si tratta di un paragrafo della regola della Castalia). E ancora:

«La devozione, cioè il servizio e la fedeltà fino al sacrificio della vita, sarebbe possibile [...] in ogni confessione e su ogni piano e questo servizio e questa fedeltà sarebbero le sole prove valide della sincerità e del valore di ogni devozione personale.»


Il giuoco delle perle di vetro è una sinfonia in cui il tema, ampiamente e continuamente rimaneggiato, resta sempre lo stesso: la bellezza e la vitale necessità di un rapporto asimmetrico, e l'amore all'interno di questo rapporto.

Tanto è caro ad Hesse questo tema che, quando il suo protagonista sta accedendo al massimo onore, ad una posizione sociale che lo allontanerebbe dai rapporti personali, subentra il timore che la perdita del rapporto pedagogico significhi la perdita di sé. Così, ecco l'insolita decisione di Josef, che resterà incompresa anche nel coltissimo ambiente della Castalia: tornare giù, dove “giù” non sta per plebe ma per fanciullezza. Il tema del rapporto pedagogico può allora riprendere.

Non importa che a Josef tocchi ora la parte grave, la parte del maestro, e sia un altro quello che si emoziona, quello la cui anima si risveglia. Hesse vuole assistere a questo nuovo risveglio e ci parla così di Tito, il giovane alunno:

«Nel cuore del giovane superbo e focoso sorse l'idea che appartenere a questa specie di nobiltà e servirla avrebbe potuto diventare per lui un obbligo e un onore e che forse, impersonato in quel maestro il quale nonostante la mansuetudine e la gentilezza era un signore da capo a piedi, ora gli veniva incontro il senso, la meta della sua vita».

Come già anticipato, Josef muore per non deludere il giovane alunno in una gara di nuoto.

Il ragazzo atterrito cerca il corpo dell'insegnante, non riesce a capacitarsi di quello che è accaduto.

«Ahimè, pensò atterrito, ecco che della sua morte sono io il colpevole! E soltanto allora, quando non c'era più da far valere la superbia né da opporre alcuna resistenza, sentì nella pena del cuore spaventato quanto avesse già preso a voler bene a quell'uomo. E mentre, nonostante le obiezioni, si sentiva colpevole della morte del Maestro, lo prese con un sacro brivido il presentimento che quella colpa avrebbe trasformato lui stesso e la sua vita e preteso da lui cose molto più grandi di quante fino allora egli avesse mai pretese da se stesso».

E con questo contagio di vocazione, la storia si chiude.

Elena Fogarolo

1) Il libro è citato alle pagine 49, 53-54, 55, 58, 102, 105, 138, 145, 436, 443.

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