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Robert Graves

La Dea Bianca

Adelphi, 1992

(The White Goddess, 1948)

Recensione di Gastone Redetti pubblicata in Miopia n.19, dicembre 1993 con il titolo Due sessi, una dea (estratto)


E PRIMA VENNE LA DEA

All’inizio Eurinome, Dea di Tutte le Cose, emerse nuda dal Caos e non trovò nulla di solido per posarvi i piedi: divise allora il mare dal cielo e intrecciò sola una danza sulle onde. Sempre danzando si diresse verso sud e il vento che turbinava alle sue spalle le parve qualcosa di nuovo e di distinto; pensò dunque di iniziare con lui l’opera della creazione. Si voltò all’improvviso, afferrò codesto Vento del Nord e lo soffregò tra le mani: ed ecco apparire il gran serpente Ofione. Eurinome danzava per scaldarsi, danzava con ritmo sempre più selvaggio finché Ofione, acceso di desiderio avvolse nelle sue spire le membra della dea e a lei si accoppiò (1).


Afrodite e un gruppo di devoti - Rilievo votivo del IV secolo a.C.
Afrodite e un gruppo di devoti
Rilievo votivo del IV secolo a.C.
Museo Archeologico Nazionale di Napoli
(Link da http://arttattler.com)

Questa potente immagine della Dea primordiale, con cui Robert Graves fa iniziare il suo I miti greci, è tratta da un antico mito della nascita del mondo elaborato da quei popoli del mare (Pelasgi) che abitavano il territorio greco prima che tribù guerriere (Elleni, Achei, Dori) calassero dal Nord imponendo il patriarcato come ordine sociale e un capo barbuto, Zeus, nella gerarchia divina.

La scelta di anteporre a ogni altro mito questa cosmogonia matriarcale è significativa: tutta l’opera di Graves risulta infatti fedele all’intuizione di una divinità femminile che viene prima di tutto, creatrice non solo del mondo ma dello stesso principio di relazione, cioè dell’eros, senza cui nessuna creazione è possibile.

Graves, che fu tra i maggiori studiosi di mitologia del nostro secolo, saggista e divulgatore di grande importanza, precisa, nel saggio La Dea Bianca, di considerarsi soprattutto un poeta, che - per campare - scrive anche in prosa. E in quest’opera egli espone compiutamente le sue idee sulla natura e funzione della poesia. Vera poesia è quella dei “poeti della Musa”, ossia votati ad una potenza femminile che è la sola garante dell’autenticità poetica.

La funzione della poesia - scrive Graves - è l’invocazione religiosa della Musa; la sua utilità è la sperimentazione di quel misto di esaltazione e di orrore che la sua presenza eccita (2).

E, più oltre:

l’autenticità della visione di un poeta si misura sull’accuratezza del ritratto che egli dà della Dea Bianca e dell’isola ove essa regna. Il motivo per cui mentre si scrive o si legge una vera poesia i peli si rizzano, gli occhi si velano di lacrime, la gola si contrae, la pelle si accappona e un brivido corre lungo la spina dorsale, è che una vera poesia è necessariamente un’invocazione della Dea Bianca o Musa, la Madre di tutti i viventi, l’antica forza della paura e della con-cupiscenza - il ragno femmina o l’ape regina il cui abbraccio è mortale .

Vera poesia non è quella dei poeti “apollinei”, cioè i poeti moderati e cortigiani che scrivono più per celebrare la grandezza del re o di un capo maschile che per cantare il loro personale rapporto con la Musa.

Robert Graves, 1895-1986, poeta, romanziere, saggista, è noto in Italia soprattutto per i suoi studi di mitologia (tradotti presso Longanesi, tra gli altri, I miti greci e I miti ebraici).
In profonda contraddizione con lo spirito pratico, “prosastico”, scientista del suo tempo, Graves finì per scegliere un relativo isolamento, trasferendosi nell’isola spagnola di Maiorca.

La Dea Bianca è un’opera vasta e complessa, e qui ci limiteremo a due aspetti (3). Il primo riguarda lo stretto legame tra poesia e differenza sessuale, secondo una visione della differenza molto particolare, contestabile ma non banale e degna di essere valutata attentamente. L’altro aspetto riguarda la presenza - in Graves - di un mito personale del rapporto eterosessuale, che mi sembra avere implicazioni che vanno oltre la teoria poetica.

LA MUSA E LA DIFFERENZA

La Musa non è “una dama di compagnia”, ma è la padrona. Il poeta apollineo o classico

per quanto dotato e volonteroso, non supera la prova perché si sente padrone della dea: essa non è sua domina, bensì sempre donna che conduce una vita agiatamente civettuola sotto la sua protezione.

Essere poeta significa invece mettersi al servizio della Dea o Musa. Un servizio a tempo pieno che pretende la priorità materiale ed emotiva su qualsiasi altra occupazione. Non è poeta chi dia troppa importanza a sfere separate del sapere (“che cos’è uno studioso, in fin dei conti? Uno che non può sconfinare, pena l’essere espulso dall’istituzione alla quale appartiene”).

La Musa è un’antica divinità femminile, indomita e selvaggia, un’emanazione - in ultima analisi - dell’antica Dea dei primordi. Persino la rappresentazione più blanda della Musa, che la mostra in forma di donna nell’atto di sussurrare i versi nell’orecchio del poeta (come in certa iconografia romantica), ha un forte riscontro mitico nel salice (albero sacro alla Luna) il cui mormorio ispirava anticamente i poeti.

Graves si riferisce ripetutamente all’antico culto della Grande Madre, come Luna o come Terra, e sottolinea come la poesia abbia avuto origine dalla danza rituale. Versus, esattamente come il greco strofè, significa rivolgimento, cambio di direzione: la fine del verso, o della strofa, coincide con il momento in cui i danzatori invertono il movimento della danza.


Robert Graves
Robert Graves
(Link da www.qualiafolk.com)

Ecco il punto: Graves pensa a celebranti maschili della Dea, danzatori, poi cantori, riferendosi ad antichi riti in cui le donne, come Sacerdotesse, impersonavano la Dea, mentre gli uomini ne erano gli adoratori estatici. Il poeta non è quindi per Graves una figura neutra, un essere umano sessualmente indifferenziato. E’, quello del poeta, un ruolo essenzialmente maschile.

Questo giudizio di Graves va inteso in parte come una constatazione empirica: la tradizione della poesia occidentale è soprattutto maschile, i poeti sono uomini che non hanno mai potuto rinunciare all’invocazione, magari blanda o mascherata, della Musa.

La poesia, in Graves, appare maschile in quanto atto di celebrazione maschile della donna, e di sottomissione rituale dell’uomo.

La Musa infatti - e questo è un punto nodale delle argomentazioni di Graves - è sempre parzialmente incarnata in una donna reale, e il poeta ne ha esperienza reale-concreta nella passione eterosessuale:

Nessun poeta della Musa diventa conscio della Musa se non attraverso l’esperienza di una donna nella quale dimori in una certa misura la Dea [...] Un poeta della Musa s’innamora anima e corpo, e l’amata incarna per lui la Musa.

C’è in Graves una ricerca quasi ansiosa dell’esperienza della Musa incarnata, in riferimento a vari poeti che lo hanno preceduto (in particolare egli esamina i rapporti del poeta inglese Keats con Fanny Brawne) nel chiaro intento di dare nome e dignità a un’esperienza personale fortissima e dominante.

La Musa - scrive Graves - è una divinità, ma è anche una donna, e se il suo celebrante amoreggia con lei usando espressioni d’accatto [...] essa lo respinge con maggiore risolutezza di quanto non farebbe con un adoratore goffo o pavido. Ma in realtà la Musa non è mai completamente soddisfatta. Laura Riding ha parlato a nome suo in tre memorabili versi:

   perdonami, o donatore, se io distruggo il dono:
   esso è così prossimo a ciò che mi soddisferebbe
   che io non posso non perfezionarlo.



La poetessa Laura Riding
Laura Riding
(www.library.vanderbilt.edu)

Questo riferimento alla poetessa Laura Riding e ai suoi versi ci aiuta a chiarire il nesso poesia/differenza sessuale. Per Graves affermare che il ruolo di poeta è maschile non significa negare la poesia nelle donne. Le idee di Graves potrebbero sembrare pericolosamente vicine a quella concezione dell’Eterno Femminino di cui tanto si parlò tra Ottocento e Novecento, e che costituì sempre un pretesto reazionario contro l’emancipazione e il suffragio universale. In realtà Graves si limita a precisare che come l’uomo veramente poeta non può che essere un celebrante della Musa, la poetessa autentica non può che immedesimarsi nella Musa, in un ruolo di padrona e di celebrata:

Questo non significa che una donna debba astenersi dal poetare, bensì solo che nel farlo deve scrivere come donna, non come un uomo ad honorem. Il poeta era in origine il mystès , il devoto estatico della Musa; le donne che partecipavano ai riti della Musa erano le sue rappresentanti [...] La donna che si occupa di poesia deve, a mio parere, essere o una Musa silenziosa e ispirare i poeti con la sua presenza femminile [...] oppure la Musa in senso completo, ossia di volta in volta Arianrhod, Blodeuwedd e la Vecchia Scrofa del Maenawr Penardd che divora la sua prole, e in ciascuno di questi aspetti scrivere con l’autorità che le viene dalla notte dei tempi. Deve essere la Luna visibile: imparziale, amorosa, severa, saggia.

Graves afferma che “una simile responsabilità se la assunse Saffo” e sottolinea il grande valore tradizionalmente attribuito (spesso a malincuore) a questa poetessa (4).


La definizione della poesia come “invocazione religiosa della Musa” è restrittiva, e non è detto che renda giustizia ad ogni esperienza poetica. Ma anche accettando quella definizione, mi sembra che nella teoria di Graves vi sia qualche operazione non corretta.


Saffo nell'interpretazione di J.E.Delaunay (1828-1891)
Saffo
nell'interpretazione di J.E.Delaunay (1828-1891)
(Link da www.qualiafolk.com)

Seguiremo Graves e lo prenderemo molto sul serio, anche senza essere poeti, quando cercherà di dire che cos’è la poesia per lui poeta uomo. Saremo più diffidenti quando dirà che cosa deve o non deve essere la poesia delle donne, pur riconoscendo che su questo tema il suo discorso è condito di diversi “a parer mio”, “secondo me”, e altre espressioni dubitative che sono estranee al suo stile, di solito impetuosamente assertivo.

Anche l’affermazione per cui Saffo sarebbe un esempio eccellente di poetessa che si identifica con la Dea-Musa, dà adito a perplessità.

Mi sembra che Saffo sia stata molto più una celebrante nel senso che Graves vorrebbe “maschile”. Saffo celebrava Afrodite nell’ambito di una società femminile. A giudicare dai non molti testi che ci sono pervenuti, sembra prevalere nella poetessa la tensione per l’amata, l’esperienza della passione fisica struggente e imperiosa, la sofferenza della negazione e della gelosia. Insomma una sottomissione a quella potenza erotica dell’altra, che Graves vorrebbe solo maschile.

Si dovrebbe riflettere sul fatto che la grande poesia femminile è nata come poesia lesbica. E se ammettiamo - con Graves – che “l’unico tema poetico” è il rapporto con la Musa, dovremmo riconoscere un rapporto femminile con la Musa. La possibilità anche teorica di un tale riconoscimento è agevolata dal pensiero femminista/femminile recente, che ha espresso non solo antropologhe e studiose delle civiltà matrilineari, ma anche “teologhe della dea" e “poetesse della Musa".

Pensare che le donne non possano far altro che incarnare la Dea (in ultima analisi a beneficio degli uomini), e che ogni loro altro modo di essere risulti “artificioso", può risultare confortante per gli uomini ma è inesatto e insostenibile alla luce di una poesia femminile che non è, effettivamente, simmetrica a quella maschile, nel senso che non esalta l’uomo ma è invocazione alla Dea, ricerca della Dea, elaborazione delle tracce della sua presenza.

SOCRATE, DIOTIMA, RAMAKRISHNA

Per Graves la poesia è un vero metodo di conoscenza, distinto dal “metodo prosastico”, o, in altre parole, dal razionalismo che si affermò nel pensiero occidentale a partire dalla filosofia di Socrate e Platone e in coincidenza con il consolidarsi della società patriarcale.

Negli anni in cui Graves scriveva, la critica al razionalismo non era certo una novità filosofica, ma l’originalità di Graves consiste nel cogliere il nesso tra l’avvento del razionalismo e il declino simbolico della donna. Distanziandosi dalla sterile inquietudine di alcuni filosofi, egli imbocca una strada che va decisamente verso la donna.

Così scrive Graves a proposito di un padre del razionalismo occidentale:

convinto uomo di città, volgendo le spalle ai poeti, Socrate volgeva in realtà le spalle alla Dea-Luna che li ispirava e che imponeva all’uomo di rendere omaggio spirituale e sessuale alla donna [...] Né Socrate poteva addurre a giustificazione l’ignoranza: Diotima di Mantinea, la profetessa arcade che aveva magicamente arrestato la peste ad Atene, l’aveva un tempo avvertito che l’amore dell’uomo era giustamente rivolto alle donne e che Moira, Ilizia e Callone - Morte, Nascita e Bellezza - costituivano una triade di dee che presiedeva a tutti gli atti di generazione - fisica, spirituale e intellettuale.

Quella di Graves è in certo modo una rivolta romantica contro la servitù delle donne. Abbiamo già accennato agli accenti anticlassici della sua concezione sacra della poesia, che deve suscitare sconvolgenti emozioni, evocare le passioni elementari, non carezzare l’orecchio. Tuttavia l’ideale di Graves non è propriamente “romantico”, non ha nulla a che fare con il poeta emaciato, tisico e piagnone dell’Ottocento, perché il rapporto con la donna è dettato dal vivo desiderio, non è etereo, ascetico, “rispettoso”.

L’unico aspetto positivo delle rinascite romantiche consiste - per Graves - nel loro esprimere il bisogno di sottomissione alla donna e l’anelito maschile alla reintegrazione del femminile nel mondo.

Tutte le vie intellettuali che allontanano dalla donna sono per Graves un affronto alla Dea. E l’omosessualità simbolica - in cui incorrono i poeti “apollinei” - è un affronto alla Dea più grave della sodomia tra uomini, tollerata nell’ordine matriarcale.

Qualsiasi orientamento ascetico della vita è, per Graves, antifemminile. Così egli critica a fondo l’ascetismo delle filosofie pessimiste, sorretto dall’intuizione di una verità nascosta (ma neanche tanto) nei miti greci ed europei, di un passato matriarcale/matrilineare in cui il sacro comprendeva anche il corporeo e il carnale.

Graves vede bene che alcuni studiosi di miti che l’hanno preceduto si sono affacciati sul grandioso scenario delle nostre origini, ma hanno dovuto tacere, o perché sarebbero entrati in troppo forte contrasto con l’ideologia cristiana, o perché avrebbero dovuto affrontare l’ipotesi-tabù di una società matriarcale realmente esistita.

Un neo ascetismo orientaleggiante è per Graves l’ambiguo compromesso cui molti si rassegnarono per non uscire dai recinti ideologici del loro tempo. Così Frazer fu reticente nella critica del cristianesimo, e si accontentò di dirsi seguace di Ramakrishna.

E proprio a proposito di Ramakrishna, Graves scrive pagine particolarmente penetranti e chiarificatrici. Ramakrishna fu in giovinezza poeta visionario e celebrante estatico della Dea Kali, officiante “patriarcale” in seguito, quando il suo compito divenne quello di cancellare in se stesso la visione della Dea (5).

DONNA DIVINA E SACRIFICIO DEL RE

Il rapporto poeta-Musa proposto da Graves, al di là della discussione sulla poesia, è rivelatore - come accennato sopra - di un mito personale del rapporto con la donna: dire che la poetessa non può che rappresentare la Musa, in altri termini equivale a dire che nella coppia eterosessuale la donna è la padrona.

La Musa - scrive Graves - non è mai completamente soddisfatta. Ma questa constatazione si riferisce appunto alla Musa incarnata, cioè alla donna nella coppia etero (la coppia come è intesa da Graves, non come è codificata nella società patriarcale!). Questa insoddisfazione non è da intendersi come sessuale, almeno nel senso corrente del termine. Si tratta piuttosto di un’insoddisfazione simbolica, perché dietro l’accoppiamento c’è la memoria oscura di una ritualità dimenticata, quasi del tutto abbandonata e che reclama - tramite la donna -soddisfazione. E qui cadono di nuovo a proposito i versi di Laura Riding già citati: il dono dovuto alla Musa illumina il misterioso tema del dono alla donna nella coppia eterosessuale.

Anche tutto ciò che Graves dice della Musa, riguardo al suo carattere selvatico e alla sua inaddomesticabilità è riferibile al suo mito personale della coppia etero.

Quanto è generalizzabile, o almeno comprensibile, la concezione di Graves? A quanto sembra, gli uomini sono inclini a scegliere una compagna in base a doti socialmente apprezzate come la docilità o la carineria (l’attitudine generica a piacere), e in genere sono spinti a sposarsi per motivazioni diverse dalla passione erotica, che andrà eventualmente surrogata altrove. E tuttavia il nucleo profondo dell’innamoramento “anima e corpo” dell’uomo sembra molto legato al “selvatico” e all’autonomo della donna. Per l’uomo innamorato il problema non è di scegliere (come nella tratta delle ragazze da marito di cui scrive magistralmente Tolstoj in Sonata a Kreutzer), ma di farsi scegliere.

E’ ovvio che la società - che resta patriarcale nonostante il maggiore peso delle donne - scoraggi l’innamoramento maschile: offrirsi come innamorato ad una donna per farsi scegliere da lei significa mettersi nelle sue mani, consentire a un rapporto in cui la donna assume un potere socialmente inaccettabile.

Un riferimento arcaico - il sacrificio rituale del re sacro - ha in Graves una profonda risonanza e attraversa quasi ossessivamente La Dea Bianca. Nelle società pre-patriarcali - a quanto sembra - il sacrificio del re aveva la funzione magica di garantire la fertilità dei campi. In origine (prima che si ricorresse a sostituti umani o ad animali) era il re stesso ad essere realmente ucciso o sciancato, per essere sostituito da un re nuovo, scelto dalla regina di cui diveniva l’amante. Il rito era una celebrazione di capodanno: il re sacrificato rappresentava l’anno morente, e l’altro l’anno nuovo (6). In Graves la passione eterosessuale e il senso del rapporto con la Musa sembrano intimamente collegati a questo schema rituale. La donna e l’uomo sono segnati per Graves da una disparità che dipende da un diverso rapporto con la morte e con la nascita:

L’uomo è un semidio: ha sempre un piede nella fossa; la donna è divina perché può tenere entrambi i piedi sempre nello stesso posto, in cielo, nell’Oltretomba o su questa terra. L’uomo ne prova invidia, racconta a se stesso frottole sulla propria presunta completezza ed è in tal modo causa della propria infelicità: perché se lui è divino, lei non è neppure una semidea, bensì una semplice ninfa e l’amore di lui per lei si muta in disprezzo e odio.

E’ evidente che la vita eterosessuale “normale” degli uomini patriarcaleggianti si svolge in modo capovolto rispetto alla concezione dell’eterosessualità di Graves: l’uomo è abituato sin da giovanissimo a desacralizzare la Dea, la cui potenza viene frantumata sotto un massiccio, costante martellamento ideologico. Citerò il caso di un mio conoscente (si tratta di un episodio di molti anni fa), che in gioventù aveva sofferto molto per amore e aveva poi sposato una donna “domestica”. Da questa unione era nato un maschietto. L’uomo, che era di sinistra, acquistava regolarmente una rivista tra le più reazionarie perché pubblicava foto semipornografiche. Su queste foto educò il figlioletto, a partire dall’età di tre-quattro anni, a disprezzare le donne, a considerarle oggetti sessuali su cui non ci si deve fissare per non essere “fregati”. Suo figlio crebbe con difficoltà caratteriali e un rendimento scolastico disastroso. Non ho poi saputo come abbia risolto il “problema sessuale” così impostato dal padre.

La cultura ci fa esorcizzare la potenza della donna ben prima di averne una conoscenza reale. L’innamoramento deve essere un gioco. E’ ammesso perdere la testa “per divertimento”, come i borghesi dell’Ottocento potevano frequentare le ballerine, ma non certo sposarle.

In tutta quest’opera di esorcizzazione, in tutti questi meccanismi per tenerci ben alla larga dalla signoria femminile, noi ci consideriamo sessuati dall’inizio alla fine.

Noi siamo i sessuati che ritengono di poter fruire - teoricamente fino al giorno della morte - della donna come amante, moglie, ballerina TV, ecc.

Rimuoviamo la necessità simbolica del “sacrificio del re”, fino alla totale perdita di senso della nostra sessualità. Non abbiamo un occhio alla nostra bruttezza, non il senso di un prima e di un dopo nelle cose dell’amore e della vita.

L’identificazione con il re sacro suggerita da Graves significherebbe riconoscere la grandiosità, la sacralità dell’accoppiamento in cui la donna sceglie i tempi e i modi, l’inizio e la fine.

Gastone Redetti



1 - Robert Graves, I miti greci, Longanesi, 1977, pag.31.

2 - Robert Graves, La Dea Bianca, Adelphi, 1992. Il libro è citato, nell’ordine, alle pagine 19, 30, 31, 31, 568, 513/514, 516/517, 16, 125.

3 - “La mia tesi è che il linguaggio del mito poetico anticamente usato nel Mediterraneo e nell’Europa settentrionale fosse una lingua magica in stretta relazione con cerimonie religiose in onore della dea-Luna ovvero della Musa, alcune delle quali risalenti all’età paleolitica; e che esso resta a tutt’oggi la lingua della vera poesia, “vera” nel senso nostalgico moderno di “originale non suscettibile di miglioramento, e non un surrogato” (La Dea Bianca, pag.14). La dimostrazione di questa tesi è il filo conduttore del saggio, che risulta particolarmente impegnativo a volerlo seguire passo per passo: Graves compie un lavoro di vera e propria acrobazia filologica per dimostrare le connessioni tra alfabeti, culti lunari, riti magici, soprattutto in riferimento alle culture e alle lingue pre-britanniche, in particolare quella vetero-irlandese.

4 - “Un giorno a Oxford chiesi al mio cosiddetto Moral Tutor, un classicista seguace di Apollo: Ma lei, professore, pensa che Saffo fosse una poetessa di valore?. Egli si guardò intorno, come per accertarsi che nessuno stesse ascoltando, e poi mi confidò: Ohimè sì, Graves, era straordinaria!. Mi sembrò di capire che considerasse una fortuna che ci fosse rimasto così poco della sua opera”. (La Dea Bianca, pag.517).

5 -Ramakrishna “divenne un santo asceta di tipo familiare, con discepoli devoti e un Vangelo di dettami etici pubblicato postumo, ed ebbe la fortuna di sposare una donna dalle sue stesse capacità mistiche, la quale, consentendo a rinunciare alla consumazione del matrimonio, lo aiutò a illustrare al mondo la possibilità di un’unione puramente spirituale. Anche se quindi non ebbe bisogno di dichiarare guerra alla Femmina, come aveva fatto Gesù, si dedicò risolutamente all’impresa di dissolvere la sua visione della Dea per raggiungere la beatitudine suprema del samadhi, la comunione con l’Assoluto, convinto che la Dea, a un tempo catturatrice e liberatrice dell’uomo nella sua dimensione fisica, non avesse posto in quel remoto paradiso esoterico” (La Dea Bianca, pag.560).

6 - Cfr. Graves, I miti greci, pag.12.

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