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Natalia Ginzburg

La casa

(Racconto in Mai devi domandarmi, Garzanti)


Recensione di Silvana Rossato pubblicata in Miopia n.21, Settembre 1994.

 

 

Natalia Ginzburg
Natalia Ginzburg
(Link da www.successeoggi.it)

Credo che la scrittura raggiunga il suo fine più alto quando mi aiuta a nominare ciò che solo vagamente percepisco. E quando vedo scorrere sulla pagina parole che anch’io avrei voluto scrivere, parole che sento come vere, autentiche, ma che non sono mai riuscita a dire, neppure a me stessa, allora leggo e rileggo tante volte quella frase o quella pagina, e mi sento felice perché il mio sentire è condiviso da altre... Proprio questo ho provato recentemente, leggendo un vecchio racconto di Natalia Ginzburg, “La casa”, del 1965.

In breve: l’autrice, con il marito, sta cercando casa a Roma. Si accorgono di avere gusti molto diversi: lei avrebbe voluto una casa con il giardino, lui in pieno centro, con tante case intorno. Dopo averne viste tante, alla fine trovano una casa che, sebbene senza giardino, piace anche a lei.

Non si tratta però, come potrebbe sembrare, del solito cliché in cui, alla fine, la donna cede e rinuncia alle sue idee. A Natalia piacque quella casa perché si trovava vicino ad un luogo conosciuto, dove anni prima aveva lavorato:

“... era ancora, quello, un punto della città che io riconoscevo come un luogo amico: un punto dove un tempo m’ero scavata una tana [...] e il ricordo di quella tana che mi ero scavata, tanti anni prima, m’impediva di sentirmi, su quelle strade e in quei vicoli, un’estranea capitata là per errore”.

Anch’io, tante volte, magari durante le vacanze, vorrei ritornare in luoghi già noti, rivedere gli stessi paesaggi, rifare le stesse passeggiate, comprare il pane dalla solita fornaia e il giornale nella solita edicola... “Perché, poi?” mi è stato sempre rimproverato da mio marito, quasi fossi solo un’abitudinaria incapace di accettare il diverso, il nuovo... Ora ho dato un nome a questo mio sentire: dappertutto, dove vado, cerco qualcosa che in un certo senso mi dia sicurezza, una tana, appunto, come la definisce giustamente la Ginzburg. A volte, per accettare un luogo nuovo, ho dovuto farmelo suggerire da un’amica: un luogo da lei già frequentato, e per questo, attraverso la sua esperienza e il suo raccontarmi, un luogo-rifugio, amico. Ricordo che da piccola, sono stata ospite a Milano per due mesi da una zia, tra l’altro molto buona con me. Ma in quei due mesi non ho fatto altro che cercare di scavarmi una tana, in quei luoghi, dove niente mi ricordava il mio paese, la mia casa, il mio dialetto... E ho sofferto molto: arrivavo addirittura a sedermi per ore ai bordi di un piccolo giardinetto per leggere le targhe delle auto che passavano sulla strada lì vicino, sperando di leggere una sigla amica: VI, o almeno PD, VR...

Eppure quelle targhe anonime, come quei luoghi già visti o quelle persone già intraviste non è che mi dessero chissà che cosa, però rispondevano ad un mio bisogno di trovare protezione in cose note. Penso a quanto avrà sofferto mia zia, sposa-bambina proveniente dalla campagna veneta a costruirsi una tana in un grattacielo, vicino a delle persone sino ad allora estranee, a tessere dei rapporti con una suocera e con dei cognati con i quali c’era difficoltà di comprensione anche a livello linguistico, con un marito.

Quali tristi pensieri avranno accompagnato i suoi primi anni di matrimonio, lontana dalla madre e dalle sorelle, quanto avrà lottato per scavarsi un suo spazio, nel quale rimanere “integra”? E come lei quante donne lasciano la propria casa, il proprio mondo per andare vivere in un luogo che spesso è la casa natale del marito, e dove la tana, se ci riesci, te la devi scavare con le unghie?

Silvana Rossato

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