Johann Jakob Bachofen
Il Matriarcato
...l’opera di Bachofen è un “classico delle religioni” non tanto perché opera classica della storia delle religioni, quanto perché documento religioso in sè e per sè, testimonianza amplissima e sconcertante di un’esperienza religiosa personale, di là dalle religioni costituite.
(Furio Jesi)
Vi sono figure maschili che, in epoca moderna, hanno testimoniato un dissenso profondo dall’ideologia patriarcale. Lo studioso svizzero Johann Jakob Bachofen (Basilea, 1815-1887), si aggiunge a una serie di uomini “alternativi” per alcuni notevoli aspetti del suo pensiero e della sua vita: la coscienza che il patriarcato è una fase recente e relativa della storia umana; il forte e consapevole rapporto con la madre; l’aver trattato la questione del rapporto tra i sessi su un terreno religioso considerato centrale.
Non è stato sempre così!
Bachofen, nel suo Il Matriarcato, pubblicato a Stoccarda nel 1861 (1), asserì che l’ordine patriarcale non coincide affatto con l’inizio della civilizzazione, come si pensava allora, e come si continua a pensare e a insegnare in prevalenza oggi (pelosi uomini neo-paleolitici raffigurati come “capifamiglia” nei libri scolastici, in piedi accanto a tante donnette accucciate che fanno i mestieri “umili”, da donne; androcentrismo di opere di divulgazione archeologica infilate come inserto nei quotidiani, ecc.).
L’ordine del padre è, secondo Bachofen, preceduto storicamente da una società non solo matrilineare ma ginecocratica, ossia “a governo delle donne”, collegata all’avvento dell’agricoltura stanziale, e che si impose sul primitivo disordine e sullo sfruttamento sessuale delle donne nel segno regolatore di Demetra e delle divinità affini ad essa. Tale governo delle donne, anche se inteso come preludio di una “superiore” fase maschile-spirituale della civiltà, è senza dubbio, per Bachofen, un buon governo, e, in certo modo, il modello di ogni buon governo:
«Gli stati ginecocratici andarono famosi per essere stati immuni da lotte intestine e per la loro avversione contro ogni perturbazione della pace» (2).
Tra i costumi ginecocratici Bachofen include anche moltissimi elementi religiosi che sopravvissero a lungo nelle antiche società patriarcalizzate: per citarne uno, l’uso delle donne romane di pregare la Dea a favore non dei propri figli, ma di quelli delle sorelle (Mater Matuta).
La simpatia, per non dire l’entusiasmo di Bachofen per l’ordine materno, traspare continuamente e si esprime anche in giudizi precisi:
«Nel principio paterno è intrinseca la limitazione, così come in quello materno l’universalità [...] La famiglia fondata sul diritto paterno è conchiusa come un organismo individuale, mentre la famiglia retta dal diritto materno conserva il carattere tipicamente universale che sta all’origine di ogni sviluppo [...] Su di esso si basa il principio di universale libertà ed eguaglianza, che spesso riconosceremo quale tratto fondamentale della vita dei popoli ginecocratici» (3).
L’ordine materno coincide in sostanza, per Bachofen, con il diritto naturale, che l’ordine paterno invece stravolge, a partire dalla artificiosità e arbitrarietà del concetto di successione per linea paterna.
Bachofen seguì una sua strada interiore, sulle tracce del diritto materno, con tale coerenza da renderlo praticamente incomprensibile al mondo accademico a lui contemporaneo e “valido ma superato”, “inutilizzabile” per l’intellettualità maschile contemporanea nostra (sebbene sia stato riconosciuto il suo influsso su pensatori successivi, da Kerényi a Jung, agli stessi Marx ed Engels).
Bachofen si aspettava, con la pubblicazione dell’opera sul diritto materno, di andare incontro a grandi contrasti, a forti dispute con il mondo accademico, tanto che nel suo testo egli spesso anticipò possibili obiezioni.
In realtà gli fu opposto un muro di silenzio.
Il rifiuto di Bachofen da parte della scienza maschile fu generale. Non credo che questa rimozione sia dipesa dalle tante carenze metodologiche che gli sono state imputate (e comunque discusse solo dopo la sua morte). Ciò che ha provocato la sua censura è proprio, credo, l’aver dimostrato l’esistenza di una antica società a preminenza femminile, fondamentalmente pacifica, costruttiva, regolata su un modello materno. L’ipotesi “matriarcale” raramente è stata in seguito assunta con serietà al di fuori dell’àmbito femminista: o si ammette che sì, un vago matriarcato può anche essere esistito, o ci si appella all’ultimo o penultimo sentito dire scientifico: “secondo gli etnologi un matriarcato non c’è mai stato...”. L’ipotesi spaventa e la si rimuove.
Un adepto della madre
Direi che la verità di Bachofen è sostenuta anche da un’intima certezza del cuore: nessuna società potrebbe rimanere in piedi se perdesse la traccia efficace di un modello ispiratore originario, opposto al principio della dominanza, antitetico alla guerra e alla competizione violenta.
Secondo una certezza del cuore Bachofen ha indirizzato anche la sua vita fin dalle prime scelte importanti, seguendo la madre in contrapposizione al padre già nella scelta degli studi umanistici. E tutta la sua successiva ricerca “delle origini” si svolge nel segno materno (4). Lo stesso Il Matriarcato è espressamente dedicato alla madre Valeria Bachofen Merian e reca sul frontespizio una dedica ulteriore - in lingua greca antica - alla “splendente immagine della madre”.
L’importanza della madre carnale nella vita di Bachofen, confermata anche dal fatto che egli si è sposato solo all’età di cinquant’anni, nove anni dopo la morte di lei, è stata interpretata come un’ovvia patologia (5). Ciò che non si dice è la reale presenza della madre in Bachofen, e il fatto che è anche la potenza di una donna a trovare espressione nell’opera bachofeniana. Non si dice, non si rispetta il coraggio con cui Bachofen ha obbedito all’alto legame con sua madre.
L’analisi dei miti
Come accennato all’inizio, Bachofen attribuisce alla religione un ruolo centrale nella storia umana:
«Vi è - egli scrive - un’unica possente leva di tutte le civiltà, la religione. Ogni ascesa, ogni declino dell’esistenza umana procede da un moto originato in quella sfera suprema» (6).
Accostarsi alle origini significa allora cercare di comprendere la religione e la mitologia delle origini. In particolare i miti non possono essere semplicemente intesi come “superstizioni”: contengono tracce di verità storica. Nel fare dello studio del mito una dichiarazione di metodo e assumendo l’analisi critica del mito e della religione come la strada maestra che lo può condurre al suo fine, Bachofen è consapevole di voltare le spalle all’orientamento positivistico e razionalistico della sua epoca, per il quale
«riconoscere alla religione un profondo influsso sulla vita dei popoli, attribuirle il primo posto tra le forze creatrici e formatrici dell’intera esistenza [...] sembra rivelare un’inquietante predilezione per concezioni teocratiche, un sintomo di spirito incapace, ristretto, pieno di pregiudizi, una deplorevole ricaduta nella notte profonda di tempi oscuri” (7).
L’indagine di Bachofen si svolge dunque soprattutto sull’analisi dei miti, sul confronto tra i miti e le notizie tramandate dagli antichi storiografi, sulle indicazioni sociologiche desumibili dalla tragedia (come nell’analisi della contrapposizione tra diritto paterno e diritto materno nell’Orestea di Eschilo).
Va ricordato che il metodo interpretativo scelto da Bachofen era l’unico che poteva farlo avanzare, allora, sulla via intrapresa: l’archeologia era in quegli anni ancora rudimentale e frammentaria. Eppure Bachofen ha scritto, per esempio, pagine straordinarie - assolutamente “anticipatrici” - sull’ordine materno nell’antica società di Creta, quando l’immenso tesoro di informazioni sulla civiltà minoico-micenea giaceva ancora sepolto (8). Ancora: egli ha asserito con tranquilla certezza che l’agricoltura è stata invenzione delle donne, quando nessuna ricerca archeologica ne aveva addotto la minima prova: anzi, quando a nessuno passava per la testa che l’archeologia dovesse occuparsi di questioni siffatte.
La religione e il primato femminile
La centralità della religione comporta, nel pensiero di Bachofen, un sorprendente risvolto inerente «l’intima relazione della ginecocrazia con il carattere religioso della donna» (9).
La centralità della religione coincide dunque con la centralità civilizzatrice della donna. Le donne sono, per Bachofen, le fondatrici della religione:
«La civiltà ginecocratica dovette portare con sè in modo particolare tale impronta ieratica, poiché è componente intima della natura femminile la profonda coscienza del divino» (10).
Ma le donne sono anche coloro che la religione conservano e diffondono: «In ogni tempo la donna, grazie all’inclinazione del suo spirito verso il soprannaturale, il divino, verso ciò che si sottrae alla norma, verso il miracoloso, ha esercitato il massimo influsso sul sesso maschile, sulle forme e sulle norme di vita dei popoli [...] Così come in tanti casi la prima rivelazione fu affidata a donne, nella diffusione della maggior parte delle religioni le donne ebbero la parte più attiva, spesso lottando, talvolta ricorrendo alla forza del loro fascino sensuale. Il profetismo femminile è più antico di quello maschile» (11).
Gastone Redetti
1) J.J.Bachofen, Il Matriarcato, Einaudi, 1988. La traduzione del titolo originale dell’opera, Das Mutterrecht, suonerebbe “Il diritto materno” o anche “l’ordine [giuridico] della madre”, senso non del tutto reso dal titolo della traduzione italiana.
2) Bachofen, op.cit., pag.16.
3) Ibidem, pagg.15-16
4) «Ciò che mi interessò fu il mondo antico in se stesso [...] Volevo vedere il materiale nella sua forma originari, e consideravo ogni tentativo di adattarlo alle concezioni moderne come pura deformazione, tale da frustrare ogni comprensione genuina della vita antica». In Bachofen la ricerca del materiale originario significa evidenziazione del nucleo materno-femminile del pensiero filosofico-religioso, come, per esempio, nelle sue osservazioni su Pitagora, su Esiodo, su Diotima e Socrate ecc.
5) «Un discorso in questo senso [psicanalitico], triviale, porrebbe l’accento sull’effettiva dipendenza di Bachofen da una dominante figura materna [...] Queste considerazioni non portano molto lontano, non rivelano cose molto diverse da quelle che già di per sè appaiono ovvie» scrive ad esempio Furio Jesi respingendo l’interpretazione psicanalitica in quanto banale, ma di fatto avallandone presupposti e conclusioni. Il brano citato è tratto da un saggio del 1973, pubblicato in prefazione all’edizione italiana del Mutterrecht, pagg.XXX-XXXI.
6) Bachofen, op. cit. pag.20.
7) Ibidem, pag.20.
8) Gli scavi sistematici dei siti archeologi individuati a Creta negli ultimi decenni dell’Ottocento, furono avviati da Evans solo nell’anno 1900.
9) (Bachofen, op.cit., pag. 21).
10-11) Ibidem, pag.20. E poi: «ovunque la donna abbia dominato il culto e la vita, essa ha coltivato l’elemento misterico con predilezione. Ciò è attestato dall’inclinazione naturale della donna che tende sempre a unire in modo indissolubile il sensibile al sovrasensibile» pagg.22-23.