Elisabeth Young-Bruehl
Hannah Arendt
1906-1975 per amore del mondo
«Come ricordo questa singolare nuova venuta! Timida e chiusa, dai lineamenti di straordinaria bellezza, dagli occhi pieni di solitudine, fu immediatamente una presenza eccezionale, unica in un modo che non era ancora possibile definire [...] c’era un’intensità, un senso di direzione interiore, un istinto per la qualità, una ricerca dell’essenziale, uno scavare in profondità che le creavano attorno un incantesimo. Si indovinava in lei un’assoluta determinazione a essere se stessa e, insieme, la forza di perseguire fino in fondo questo intento combattendo la propria grande vulnerabilità» (1).
In tali termini, al funerale di Hannah Arendt, l’amico Hans Jonas rievocò nel segno della bellezza l’immagine giovanile della filosofa. Rievocazione, credo, pertinente perché - se Hannah fu eccezionalmente intelligente - la sua strada sarebbe stata molto diversa se l’intelligenza non si fosse accompagnata a due grandi attrattive: lineamenti bellissimi secondo i canoni maschili e uno spontaneo adeguamento agli schemi del rapporto amoroso occidentale, con il maschio più vecchio - una sorta di giovane padre - e la donna più giovane, un’amante figlia.
Giovane universitaria, Hannah divenne l’amante di Heiddeger, il filosofo più in auge.
Si trattò di un rapporto per molti aspetti non proprio felice (Hannah più tardi ne vedrà i limiti), che però indubbiamente contribuì a strutturare ed arricchire la giovane.
Hannah non suscitava negli uomini solo interesse erotico: questo l’avrebbe uccisa. Gli uomini, direbbe Jung, vedevano in lei la propria anima: con lei diventavano migliori rendendola migliore.
Hannah fu un’eterosessuale libera e lucida. Gli uomini che si scelse, li volle di un tipo che essa chiamò masculini generis (di genere maschile). Un tipo d’uomo - annota la sua biografa e allieva Elisabeth Young-Bruehl -
«che amava le donne con tale slancio e tale sicurezza di sè da non avere personalmente bisogno di stereotipi sul comportamento femminile [...] In compagnia di uomini siffatti Hannah Arendt poteva sentirsi feminini generis [di genere femminile] a modo suo e con sua completa soddisfazione».
Sulla bellezza di Hannah, e sul fatto che anche la bellezza abbia contribuito alla costruzione della filosofa, credo che possa bastare.
Guardiamo, ora, la filosofa. E qui sta il difficile, perché Hannah Arendt è una filosofa impossibile da classificare; lei per prima non volle mai applicarsi etichette. Non seguì affatto il tipico schema di sviluppo del filosofo, con le varie fasi, ecc.
Hannah non si costruì un personaggio da tramandare ai posteri. È impressionante anzi con che facilità e con che frequenza ammetta di essersi sbagliata. La filosofia di Arendt ha la freschezza della filosofia greca: vi si sente il processo del pensare, non c’è ancora o non c’è più la fissità, l’ingessamento del mondo accademico. Hannah insegnò, ma lo fece come mestiere, non come definizione di sè. I suoi libri non subirono quindi alcun condizionamento accademico, ma furono tratti liberamente dal vivere intensamente gli avvenimenti, senza ovattature accademiche.
Hannah Arendt in questi anni viene spesso paragonata a Simone Weil. Non sempre è agevole scorgere le connessioni tra le due figure; certo però le accomuna l’intensità e la frammentarietà del pensiero; in entrambe c’è lo sforzo di sviscerare il processo stesso del pensare, il rifiuto di ogni sistema fondato su elementi convenzionali. E in entrambe c’è generosità, amore per il mondo, rifiuto del culto dell’io, e nello stesso tempo l’impossibilità di aderire, se non per motivi contingenti, operativi, a una qualche organizzazione.
Poiché Hannah Arendt fu pensatrice non solo profonda, ma prolifica, mi soffermerò qui su uno solo dei tanti temi da lei affrontati: il problema del giudicare.
Nel 1961 Hannah si recò a Gerusalemme in veste di corrispondente per seguire il processo istruito contro l’alto funzionario nazista Adolf Eichmann, lungamente ricercato dai servizi segreti israeliani e infine catturato in Argentina.(2)
Le opinioni che Hannah espresse sia sui giornali sia nel successivo libro “La banalità del male”, offesero la stragrande maggioranza degli ebrei.
Hannah, anche in quest’occasione, non si lascia contagiare dall’atmosfera, pensa da sola, vuole “giudicare”. Il giudizio è uno dei punti su cui torna di frequente: ci torna analizzando il nazismo e ci torna guardando i suoi fratelli ebrei che giudicano un nazista:
«questa crisi del “giudicare” - scrive la sua biografa - è vista da lei nel presente, e ne scrive infatti a Jaspers in questi termini: “Anche le persone per bene, anche le persone più decenti nel fondo, hanno oggi una paura straordinaria di esprimere dei giudizi. Questa confusione nel giudicare può benissimo andare d’accordo con una buona e forte intelligenza, proprio come una buona capacità di giudizio può trovarsi in persone non molto intelligenti [...] Perché la coscienza possa funzionare: O convinzioni religiose molto forti (estremamente raro); O orgoglio, addirittura arroganza. Se in tali questioni uno dice a se stesso: chi sono io per arrogarmi un giudizio? allora è già perduto”».
Arendt ha di Eichmann idee diverse da quelle degli altri corrispondenti, nonché dei giudici: si limita a credere a quello che Eichmann dice di se stesso, che si descrive come un uomo senza bassi motivi, che aveva fatto quello che gli era stato ordinato:
«I giudici non gli prestarono fede perché erano troppo buoni e forse anche troppo compresi dei principi basilari della loro professione per ammettere che una persona comune, “normale”, non svanita né indottrinata né cinica, potesse essere a tal punto incapace di distinguere il bene dal male [...] Essi partivano dal presupposto che l’imputato, come tutte le persone “normali”, avesse agito ben sapendo di commettere dei crimini; e in effetti Eichmann era normale nel senso che “non era una eccezione tra i tedeschi della Germania nazista”; ma sotto il Terzo Reich soltanto le “eccezioni” potevano comportarsi in maniera “normale”».
Eichmann insomma non era un mostro: solo un uomo
«assolutamente incapace di distinguere il bene dal male» e la sua coscienza era tranquilla «per la semplicissima ragione che egli non vedeva nessuno, proprio nessuno che fosse contrario alla soluzione finale».
Quello che interessava alla Arendt era insomma “la responsabilità morale sotto una dittatura”. E trovo che ciò sia attuale per parecchi motivi: primo, perché uno stato democratico non garantisce automaticamente che tutti i suoi membri siano sempre in una situazione democratica. Cioè accade spesso che noi sentiamo fortemente il peso delle convenzioni e delle aspettative sociali. Molte, molti di noi sentono più forte di altri l’imperativo di fare come gli altri, e non va dimenticato che si tratta di qualcosa parzialmente iscritto nel nostro codice genetico, essendo noi senza dubbio animali biologicamente sociali.
Trovo poi particolarmente interessanti le considerazioni della Arendt, pensandole applicate alle donne: la famiglia, in cui la maggior parte delle donne trascorre la maggior parte del tempo, non è un istituto democratico, non favorisce il giudizio libero, ma impone un concetto esteriore di bene e di male. Molte donne arrivano così alla disperazione: i loro legittimi sfoghi, i tentativi di aprirsi dei canali attraverso relazioni sincere e a due sensi, crollano. Le donne non sono ancora abituate a vivere con moralità i rapporti con le proprie simili.
Elena Fogarolo
1) Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, da cui sono tratte tutte le citazioni.
2) Cfr. la mia “rilettura” de La banalità del male, Feltrinelli 1993, in Leggere Donna n.45, Luglio - Agosto 1993.