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Victor Jeleniewski Seidler

Riscoprire la mascolinità

Editori Riuniti, 1992
Recensione di Gastone Redetti pubblicata in Miopia n.16, marzo 1993, con il titolo Maschi: figli di Kant? (Estratto)


Noi uomini spesso usiamo il linguaggio come modo di nascondere noi stessi e i nostri sentimenti. Il linguaggio può facilmente essere usato per distanziarci dalla nostra esperienza.

Quando le donne chiesero agli uomini di imparare a parlare per se stessi, spesso andarono incontro a cupi silenzi. Fu come se noi, in quanto uomini, avessimo sì imparato a parlare per gli altri, ma non avessimo mai imparato a trovare la nostra voce individuale.

Victor Seidler(1)

INVISIBILI A NOI STESSI

Anche se un titolo come “Riscoprire la mascolinità” può evocare l’idea di un manuale, il recente libro di Victor Seidler non propone ricette per una nuova mascolinità.

L’autore cerca piuttosto di individuare i problemi profondi dei maschi eterosessuali. Problemi che gli uomini dovranno affrontare in prima persona, perché nessuno - anzi nessuna - li potrà risolvere al loro posto.

Gli uomini sono - scrive Seidler - “invisibili a se stessi”. Una radicata pretesa universalistica ci induce a “parlare per gli altri”, rimanendo però ciechi, inconsci di noi stessi e dei nostri bisogni.

Che cosa sia questo “parlare per gli altri”, credo sia intuitivamente evidente per molti di noi: prima di apprendere un linguaggio maschile, siamo stati tutti parlati da un linguaggio maschile. I nostri padri spesso parlavano letteralmente per gli altri: per le nostre madri e al loro posto. Per noi e in luogo di noi. E un’attitudine a pontificare, l’abbiamo interiorizzata noi stessi pur nell’insofferenza del modello paterno. Un abito mentale duro da smettere.

L’abitudine a “parlare per gli altri” risulta un’arma a doppio taglio, e Seidler sottolinea come una certa arroganza di pensiero, oltre ad essere opprimente per gli altri, sia anche una chiave dell’infelicità maschile.

MALATTIE MASCHILI DEL LINGUAGGIO

C’è dunque anche un disagio maschile, legato in particolare a una specializzazione/deformazione del linguaggio, spesso grave fino ad essere menomante, un vero handicap relazionale:

«Quando da ragazzi impariamo a usare il linguaggio, impariamo molto velocemente ad usarlo per dissimularci. Impariamo a “padroneggiare” il linguaggio così da poter controllare il mondo che ci circonda [...] Imparando a negare e ad estraniare i nostri desideri e i nostri bisogni individuali e collettivi, così da adeguarci a quegli ideali di noi stessi.[...] Spesso ci sentiamo intrappolati e smarriti, per quanto la nostra cultura ci dica continuamente che abbiamo tutto il mondo da ereditare».

E ancora:

«impariamo a usare in un certo modo il linguaggio: impariamo un linguaggio di ironia, di disprezzo e freddezza. Generazioni diverse di uomini hanno imparato a distanziarsi dalla propria esperienza corrente».

L’uso strumentale e oggettivante del linguaggio, l’esercizio abituale dell’ironia ci lasciano completamente inarticolati soprattutto nell’affettività e nelle relazioni sessuali:

«Vogliamo che i nostri bisogni vengano soddisfatti senza doverli articolare espressamente, dato che il riconoscimento stesso dei bisogni compromette l’autosufficienza con la quale siamo stati educati a identificarci».

Per Seidler la mascolinità attuale è una mascolinità appresa: gli uomini sono come sono non per innata essenza, non per costituzione neurologica od ormonale, ma per un’identificazione di genere:

«È stata l’identificazione storica della mascolinità con la ragione e il progresso ad aver condotto gli uomini a essere così pronti a parlare anche per gli altri, creando una sorta di cecità attorno alla particolare esperienza degli uomini eterosessuali».

Risulta molto attuale la critica a tesi biologicistiche presenti anche nel femminismo: «Questa idea di una mascolinità biologicamente data ha costituito il presupposto, se non l’intenzione, che ha retto la maggior parte degli scritti femministi sugli uomini. Mettere in discussione questa idea esige che riusciamo a chiarire le contraddizioni dell’esperienza storica della mascolinità».

FEMMINISMO: SFIDA E MODELLO

Seidler vuole rispondere positivamente alle sfide intellettuali del femminismo. Egli sostiene la necessità che gli uomini si responsabilizzino e affrontino la questione-uomo in prima persona, cessando l’eterna delega alle donne e liberando entrambi i sessi dalla nota dipendenza emotiva dell’uomo dalla donna. Seidler auspica anche l’inizio di nuovi rapporti tra gli uomini, non più basati sulla competizione e sulla diffidenza reciproca ma su un’interazione più autentica delle personalità.

Oltreché una sfida, il femminismo è evidentemente anche un modello. Seidler esprime un’angoscia maschile di identità, ed è attratto dall’esperienza femminista dell’autolegittimazione (le donne, egli scrive, hanno «imparato ad autorizzarsi da sole affermando e valorizzando quegli stessi aspetti dell’esperienza storica delle donne che gli uomini avevano tanto spesso ridicolizzato e respinto»).

È un errore, pertanto, l’atteggiamento degli uomini, che, coinvolti dal femminismo, hanno ripiegato su “una definizione negativa di se stessi” :

«ci siamo sentiti più sicuri nel definirci “antisessisti” piuttosto che nel chiarire cosa vogliamo. È un modo di vedere ristretto che può finire in un atteggiamento controproducente sia verso il femminismo sia verso noi stessi, perché continua ad aspettare che siano le donne a definire i nostri obiettivi e l’immagine di noi stessi».

Come Seidler stesso ricorda, è il femminismo che a un certo punto ci ha sollecitati a parlare. Più precisamente, sono state delle donne in carne ed ossa, delle donne femministe, che, rivoluzionando lo stile del rapporto eterosessuale, ci hanno scosso da quell’afasia emozionale che sembra quasi il nostro normale destino. È la nuova esistenza delle donne che ci rimette in gioco, e rincorrere l’obiettivo di un’autorifondazione maschile potrebbe anche produrre un tipo inedito di revanchismo maschile, che sarebbe mortale per noi prima che per le donne.

AUTONOMIA E DIPENDENZA

La dipendenza emotiva dell’uomo dalla donna è comunque un problema cruciale dei rapporti intersessuali: problema ampio, che va ben al di là della fetta di società espressamente coinvolta dal femminismo. Correttamente, Seidler critica non la dipendenza in sè, ma la fatale incapacità maschile di riconoscerla ed elaborarla. Il problema, ora, è se questo riconoscimento della nostra dipendenza dalla donna ci debba indurre a un “superamento” della dipendenza nel senso suggerito da Seidler, oppure ad affrontare dal nostro punto di vista di uomini il problema dell’autorità femminile e a cercare il nucleo della nostra sofferenza (che quasi tutti indichiamo come sofferenza amorosa) innanzi tutto nel disprezzo e nella svalutazione sociale della donna che ci sono stati conculcati sin dall’infanzia. Non voglio sostenere che un’ipotesi escluda l’altra, ma la questione dell’autorità femminile, e del nostro disprezzo originario per l’autorità femminile, mi sembra prioritaria rispetto a una pretesa di autonomia che potrebbe rivelarsi un semplice colpo di coda dell’orgoglio maschile. Del resto anche l’operazione di Seidler non è, alla fine, speculare al femminismo. Il pensiero e la politica delle donne hanno via via relativizzato il rapporto eterosessuale. La necessità di un mutamento maschile, nel pensiero di Seidler, è legata invece - forse più di quanto egli non ammetta - all’esigenza di mantenere, salvaguardare il rapporto eterosessuale. Persino nell’ultimo capitolo, dove massimo è lo sforzo di giustificazione teorica, emerge con forza questo desiderio di cambiare se stessi per salvare il rapporto con la donna. Criticando il postrutturalismo e Derrida in particolare, Seidler scrive infatti:

«La tradizione postrutturalista ci ha lasciato nei guai. Ci può offrire una comprensione critica della cultura che abbiamo ereditato, ma tiene a distanza la nostra esperienza e i nostri rapporti. [...] La sua impostazione [di Derrida] rende impossibile afferrare cosa significhi per gli uomini essere tagliati fuori dal contatto con se stessi. [...] i problemi che sperimentiamo vivendo rapporti più egualitari con le nostre partner sarebbero inconsistenti, perfino irreali».

La novità e la forza del pensiero di Seidler mi sembra vadano viste soprattutto in questo coraggioso riconoscimento dell’irruzione del femminile nel tessuto dell’ideologia, e in genere nello sforzo di esprimersi sulle teorie filosofiche basandosi su una nuova etica dei rapporti.

IL PUBBLICO È PRIVATO

Un aspetto del femminismo che Seidler ammira e cerca di far proprio è la scoperta dell’equivalenza tra pubblico e privato, e la pratica politica che ne seguì. Così il suo libro si propone di essere intessuto sia di esperienza personale che di teoria, nello sforzo di rompere la tradizione del “parlare per gli altri”, di sfuggire al vizio maschile dell’universalizzare.

Le parti in cui Seidler parla in prima persona sono sovente molto interessanti, per esempio quando allude a una sofferenza maschile da femminismo o quando dipinge in termini efficaci lo scacco maschile nel rapporto eterosessuale:

«può facilmente sembrare che le donne siano senza pietà. Il nostro rimorso e le preghiere sembrano non fare nessuna differenza. Dal momento che, come uomini, siamo consci di quanto sia difficile ammettere le nostre colpe, spesso ci aspettiamo di essere accolti a braccia aperte. Quando ci viene risposto che non fa differenza, che ormai è troppo tardi per ricostruire il rapporto, ne scaturisce una profonda amarezza, dal momento che siamo messi di fronte alla nostra impotenza».

In certo modo Seidler rende testimonianza della difficoltà maschile a parlare (o scrivere) significativamente in prima persona: nelle sue remore e inibizioni potremo riconoscere le nostre stesse remore e inibizioni.

Cominciare a parlare è uno sforzo enorme, specie quando si avverte la necessità di apprendere il linguaggio dell’altro. Basti pensare all’enorme fatica del pensiero femminista quando, all’inizio, dovette cominciare ad usare per scopi nuovi le parole della cultura degli uomini, cioè l’unica che aveva esistenza sociale.

NOI UOMINI ETEROSESSUALI

Se non vogliamo più parlare per gli altri non potremo più parlare di “noi uomini” nel senso di “noi persone di sesso maschile”, ma eventualmente di “noi uomini eterosessuali”.

Una tesi centrale di Seidler è, appunto, che non solo le donne e i maschi omosessuali e altre minoranze soffrono dell’oppressione dell’attuale società patriarcale, ma anche “noi uomini eterosessuali”.

Come? Per il fatto che siamo educati a un certo tipo di controllo, a ricondurre la nostra identità di genere e/o sessuale a una mentalità razionalistica, a staccarci dai nostri sentimenti, a reprimere un settore cospicuo e vitale dei nostri bisogni.

Siamo figli e vittime di Kant, dell’ideologia illuminista, dell’orientamento delle nuove scienze, dell’etica del lavoro che Seidler, richiamandosi alla sociologia di Max Weber, collega al protestantesimo, al senso del peccato e di un’indegnità di fondo della persona, che può essere riscattata “solo mediante un’attività incessante”. Seidler è molto consapevole dell’iperattività maschile, della coazione per cui

«siamo preda del costante bisogno di essere attivi, con una scarsa percezione di come ciò si riproduca continuamente nella nostra cultura morale».

Noi uomini eterosessuali saremmo perciò accomunati soprattutto da un’ansia di prestazione.

Ma quando Seidler cerca di andare alle radici della sua sofferenza e fa il ricorso più spinto al registro autobiografico, introduce un nuovo elemento: il suo essere ebreo, l’infanzia di immigrato, il senso di emarginazione che non trova parola nella voce del marxismo ortodosso (di qui le sue simpatie per Simone Weil, per Marx giovane, per Gramsci).

È in relazione all’essere ebreo che egli parla della vergogna:

“La vergogna divora l’anima. Ti spinge a diventare altro da quello che sei, e ti crea intorno il suo cerchio di perenne paura”.

Come non rammentare la terribilità della “vergogna”, il cui tremendum è incomunicabile, di cui parlava in quanto ebrea Rahel Levin? (2)

Parlando del suo essere maschio-ebreo Seidler individua efficacemente un elemento dell’oppressione (del resto la famosa equazione donna/negro fu tra le prime scoperte delle femministe).

La vergogna dell’essere ebreo era stata sentita da Seidler come svirilizzazione:

«Non è un caso che percepissi l’idea di “uomo ebreo” come una sorta di contraddizione in termini. L’essere ebrei era collegato all’emotività, e quindi al femminile».

Egli si trovò quindi nella situazione di dover accedere alla virilità rimuovendo il proprio ebraismo:

«la mascolinità era qualcosa per aspirare alla quale dovevamo dare la vita».

Seidler suggerisce a questo punto che il sacrificio di parti essenziali della personalità, per diventare “uomini”, sia un prezzo che deve essere pagato da tutti noi maschi eterosessuali. L’ipotesi è affascinante e certamente da approfondire (da parte, s’intende, degli uomini. Non si può certo dire che le donne non ne abbiano parlato: da noi il tema è stato trattato per esempio da Carla Ravaioli nel suo notevole Maschio per obbligo, del 1973).

Parlando dell’ebraismo e ricorrendo al tema della vergogna, Seidler ha però, a mio avviso, frammentato quel gruppo di “noi uomini eterosessuali”, di cui vuole fare teoria. Noi uomini eterosessuali non proviamo vergogna. Per lo meno non in quanto tali, non originariamente, non in quanto gruppo. Ciò che ci accomuna è forse proprio la mancanza di vergogna.

La vergogna di essere maschi è riservata a pochi uomini, per esempio a chi ha mantenuto con la propria madre un vero rapporto personale.

Oppure, se abbiamo avuto fortuna, siamo entrati in rapporto con una donna che ci ha fatto provare vergogna, e ha cambiato radicalmente il nostro orizzonte.

Ma la nostra vergogna non è originaria, non è radicata. Il nostro posto nel mondo è assicurato, entro certi limiti, a prescindere dal livello sociale: non condividiamo quell’esperienza di sradicamento, di atopia (senza luogo) messa a fuoco dal pensiero femminista.(3)

È molto di moda oggi parlare di trasversalità: c’è qualcosa di più trasversale della complicità maschile e dell’indulgenza femminile verso gli uomini? Persino noi maschi eterosessuali che ci dichiariamo femministi, o che aspiriamo a riformare la mascolinità, non possiamo nasconderci che in sostanza siamo continuamente rassicurati da una società di uomini e di donne che ci favorisce in ogni momento solo perché siamo uomini (come già più volte ricordato, c’è il rischio costante che un maschio femminista sia considerato “meglio” delle femministe, per lo stesso meccanismo per cui un pannolino cambiato al baby da lui, ne vale almeno trenta cambiati da lei).

Come uomo, posso davvero sostenere che la diffidenza e la competitività sono le caratteristiche dominanti del mio rapportarmi quotidiano alle persone? O non ricevo piuttosto quotidianamente messaggi di sostanziale solidarietà da parte degli uomini, e da parte delle donne segni di rispetto almeno formale che non riceverei se non fossi uomo e bianco e, forse, sposato o apparentemente tale? Posso respingere come ridicola e fastidiosa quest’ “aura del capofamiglia”: però non posso nascondermi che fa meno male di un calcio sui denti.


Riconosciuti gli ampi meriti del libro di Seidler, mi sembra che il limite maggiore consista nella mancanza di qualsiasi tentativo di individuare una storia dell’espressione del disagio maschile. Eppure esistono voci di maschi che non si sono trovati bene nella loro pelle né nell’ordine patriarcale. E la cultura maschile non è stata poi così graniticamente orientata in senso razionalistico: ci sono eccezioni significative anche in epoca “kantiana” e, inoltre, nessuno ci vieta di cercare anche nel passato figure alternative.

L’unico riferimento di Seidler a maschi eterosessuali “anomali” riguarda Stuart Mill, citato però marginalmente e solo per la sua denuncia di un’educazione unilateralmente intellettualistica. Nessun cenno a quella che fu l’anomalia di Mill, cioè il suo femminismo e il suo scandaloso riconoscimento dell’autorità femminile.

Non capisco inoltre il silenzio totale sul pensiero di maschi omosessuali: non una parola, per esempio, su E.M.Forster, celebre romanziere inglese, certamente ben noto a Seidler. Eppure pochi come Forster (specialmente nel romanzo “Casa Howard”) hanno messo a fuoco mentalità e problemi del maschio eterosessuale bianco, come un certo pragmatismo razionalizzante che va di pari passo con l’incapacità di connettere i fatti della vita e una criminale confusione nella sfera sentimentale, sessuale, interpersonale.

Seidler si riferisce agli omosessuali solo come a una minoranza politica, e forse gli sfugge quanto una parte dell’elaborazione culturale omosessuale maschile sarebbe essenziale a noi maschi eterosessuali per vederci e oggettivarci, se solo la prendessimo seriamente in considerazione. I maschi omosessuali sono infatti toccati, in misura uguale se non maggiore rispetto agli etero, dal problema della costruzione culturale della mascolinità.


Interessanti i riferimenti a esperienze inglesi di psicanalisi alternativa degli anni Settanta: Grouth Movement (Movimento per la Crescita) e Red Terapy (Terapia Rossa). L’autore si limita però alla citazione diegruppi, alla storia di tendenze, a riferimenti teorici: quando cerca di integrare la sua trattazione con la teoria psicologica, invece di riferirci le scoperte di queste esperienze (cui partecipò in prima persona), fa ricorso a Freud, rievocandone aspetti piuttosto consunti. Per meglio divulgare Freud, cita Nancy Chodorow, avvertendoci che questa autrice

«rimane spesso intrappolata all’interno delle stesse categorie psicanalitiche. È un peccato, specie perché la sua argomentazione ci conduce al limite della messa in discussione di alcune di quelle categorie».

È un peccato anche che Seidler stesso non sopperisca a questa mancanza! Sarebbe ormai opportuna una revisione radicale della dogmatica freudiana da parte maschile. Del resto Seidler sembra ignorare la critica a Freud svolta dalle teoriche della differenza. Per esempio Irigaray non compare né nel testo né nelle indicazioni bibliografiche. Mentre vi compare Lacan.

In generale, l’autore mi sembra incerto nel rapporto con la teoria. Ossessionato dal carattere razionalistico del pensiero maschile, Seidler ha scritto un’opera che per certi aspetti è anche una testimonianza della patologia maschile del linguaggio e del pensiero. Ogni affermazione significativa deve essere preceduta da molti preamboli, smussata da riferimenti teorici obbligati. C’è una forte preoccupazione di mostrare di essere ben collocato in un discorso culturale, che il discorso non è ingenuo, che ogni affermazione è ben situata nell’attuale dibattito sul postrutturalismo, che se si dice qualcosa di non convenzionale si ha però ben presente Lacan, Foucault, Derrida ecc. ecc. e insomma tutto il discorso maschile in voga. Precauzioni del resto comprensibili se si pensa alla novità di questo esporsi maschile e alla difficile accoglienza che il libro ha avuto: forte interesse e numerose recensioni da parte delle donne, molto incuriosite da questa novità maschile nella collana del pensiero della differenza, ma un interesse minimo da parte degli uomini, per i quali evidentemente gli argomenti sollevati da Seidler sono ancora tabù.

Sul ricorso a Kant (un po’ troppo sommario e un po’ troppo reiterato), come esempio sommo del razionalismo o addirittura come causa della nostra alienazione maschile, ci sarebbe molto da dire. Mi limito a osservare che Kant, al pari del grande razionalista mistico Spinoza, difficilmente è ascrivibile alla categoria di “noi uomini eterosessuali”. Come persona, e anche sessualmente, egli è già in una terra di confine, oltre l’orizzonte eterosessuale. Ma sarebbe un lungo discorso.

Gastone Redetti

1) Il libro di Seidler è citato, nell’ordine, alle pagine 223, 74, 171-172, 186, 203, 6, 229, 226, 214, 228, 77, 117, 122, 152, 208.

2) Cfr. Rahel Levyn, MIOPIA n.8, feb.-apr.1991.

3) Cfr. Adriana Cavarero, Dire la nascita (in Diotima - mettere al mondo il mondo, La Tartaruga).

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