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Mirella Santamato
Io, sirena fuor d’acqua
Mondadori, 1995
Recensione di Marina Galeotti pubblicata in Miopia n.24, giugno 1995, con il titolo: Uscire dall’acqua.

Se una donna qualunque, una di noi, decidesse di pubblicare la propria autobiografia, raccontando le difficoltà, i dolori, gli amori, i successi e le perdite della propria vita, dovrebbe poi inghiottire parecchi rospi presentando quel libro ad un mondo che non ha voglia di sentirne parlare, di accettare che di difficoltà e disagio si possa parlare. Per questo mi sono sentita solidale con Mirella Santamato, quando l’ho vista presentare la sua autobiografia Io, sirena fuor d’acqua a Bologna nel marzo scorso...

Perché “sirena” e perché “fuor d’acqua”?

“Sirena”, perché Mirella, come il personaggio della fiaba di Andersen (1), non è stata dotata degli strumenti adatti per muoversi agilmente sulla terraferma, per due motivi: perché è stata colpita dalla poliomielite all’età di due anni, e perché è una donna; doppiamente svantaggiata, perciò. Come ogni donna, ma di più di ogni donna comune, conosce da vicino l’inadeguatezza e vuole liberarsene.

“Fuor d’acqua” è un’espressione che può avere due chiavi di lettura. Da un lato, parla di difficoltà ad adattarsi ad un mondo che non è stato fatto per lei, dal quale ci si aspetta che lei resti fuori, ai margini, beneficiando della compassione della gente e dell’affetto dei familiari e di qualche amico particolarmente “buono”. Leggendo il libro, scopriamo il dolore e lo stupore di Mirella bambina quando alla sua compagna di banco viene assegnato il premio della bontà: erano amiche, cosa c’entravano i premi? Mirella sente che il modo che hanno i “sani” di rapportarsi con lei, che non cammina bene come loro, è distorto a causa della difficoltà di comunicazione e per correggere questo equivoco decide di scrivere il libro. Le barriere più difficili da superare, dice, sono quelle che tutti costruiamo dentro di noi.

“Fuor d’acqua”, però, testimonia anche una conquista, dura e sofferta, del mondo “normale”. La sirenetta di Andersen perde la voce per avere le gambe ed anche Mirella ad un certo punto perde la voce, viene ridotta al silenzio. Se vuole integrarsi nella società dei “sani” deve accettare il ruolo che le viene assegnato passivamente, in silenzio, non deve fare casino. Diventa moglie di un marito sempre assente, ha due figlie, una bella casa, poteva aspirare a più di così? E invece lei si scuote, rivuole la propria voce, per parlare per sé e per chi non ne ha il coraggio: “fa casino”, insomma. Scrive e pubblica un primo libro, una raccolta di poesie dal titolo “L’altro centesimo del cielo”, alludendo alla percentuale di donne handicappate all’interno dell’”altra metà del cielo”, partecipa ad iniziative rivoluzionarie come servizi fotografici ed una sfilata di moda “senza barriere” per una nota stilista, reclamando la visibilità di chi non rientra nei canoni estetici e funzionali oggi in voga. Rivendica con tono agguerrito e polemico il diritto alla sessualità degli handicappati, come diversi anni fa fece Rosanna Benzi che dal suo polmone d’acciaio, nel quale visse dall’età di quattordici anni, fece il diavolo a quattro per cambiare il mondo. Riuscendoci, a mio parere: Il vizio di vivere, la sua autobiografia (Rusconi, 1984), mi ha aiutata molto nel mio cammino di donna, si fa per dire, normale. Ed ora, ecco Mirella che fa sentire la sua voce ritrovata. Lo fa perché sente che ci sono cose che chiedono di essere dette, perché, scrive lei stessa, “...volevo e voglio aiutare tutti gli handicappati... . Inoltre volevo e voglio aiutare in primo luogo le donne, che, in quanto tali, hanno più difficoltà ad affrontare i problemi, abituate come sono da secoli alla rinuncia, alla vergogna ed al silenzio.”

Potremmo dire che tutte noi donne proveniamo da un mondo “marino”, nel quale ci sono regole diverse, ritmi e tempi differenti da quelli del mondo terrestre, maschile, del progresso e della produzione, al quale comunque desideriamo partecipare. Non è facile staccarsene ed una volta che lo si ha fatto, ancor più difficile è forse conservare il giusto rapporto con esso, ricordare gli insegnamenti che ne abbiamo ricevuto, le molte peculiarità. Inoltre non bisogna dimenticarsi di chi sta lottando per uscirne e conquistarsi un posto sulla Terra e può essere aiutata da chi ha compiuto o quasi tale processo. Come ha fatto Mirella, che dedica il suo libro “agli uomini che hanno paura di amare: i veri handicappati”.

Marina Galeotti

(1) La metafora della Sirena è molto calzante per chi soffre di handicap. Non a caso è stata usata, per esempio, da Antonietta Laterza che nel 1989 ha messo in scena un musical dal titolo Pelle di Sirena. Antonietta sta attualmente lavorando ad un Sirena Project, riguardante le donne artiste (musiciste in particolare) portatrici di handicap.

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