Tom Robbins
Profumo di Jitterburg
Il romanzo di Tom Robbins (nato in Virginia nel 1936, divenuto famoso con “Natura morta con Picchio”), stava lì, nella sua ultima edizione tascabile, in bella vista sul tavolo delle novità, nella libreria esoterica dove ogni tanto vado a curiosare (*).
Copertina violacea, titolo accattivante (“PANaroma”), prezzo contenuto... Da anni leggo quasi esclusivamente donne, ma stavolta ho deciso di fare un’eccezione. Come resistere al richiamo di profumi e puzze, flauti di Pan e belle ninfe, élisir di lunga vita e bassifondi di New Orleans? Non vi racconterò la trama (per altro movimentata, barocca e interessante) e non farò critica letteraria (solo per inciso: il tono predicatorio di certe pagine e la post-post-modernità delle metafore esulano dalla letteratura), ma mi soffermerò sull’aspetto più rilevante del volume: il sogno di un’esistenza senza stagioni. Raramente un mito patriarcale è stato esposto con tanta disinvolta spudoratezza. Il succo è: il ciclo vita/morte/vita va interrotto, bisogna trovare la strada dell’immortalità. Cito letteralmente: “Per gran parte della nostra Storia siamo stati incarcerati nei cicli delle stagioni, nei cicli del clima. Adesso però possiamo, se non altro, andare al Sud in inverno, al Nord in estate. Le stagioni continuano ciclicamente a ritornare, ma noi non siamo più in loro potere, indifesi. ... Io voglio uscire da questo ciclo Nascita-Morte. ... Forse prima o poi arriverà uno che spezzerà il cerchio e affrancherà l’umanità dalle maree della mortalità”.
Nel libro, una donna, una certa Priscilla, si prova a muovere una critica a questa teoria: “Ma nascere e morire sono leggi di natura!”. Ecco la brillante risposta: “L’universo non ha leggi. Solo abitudini. E le abitudini si possono cambiare”. Tale battuta ad effetto, che a prima vista può sembrare un’acuta riflessione, rivela di colpo il bambino anarchico, voglioso di prendere a calci la madre fisica, la Grande Madre e la Madre Natura.
La storia della “civiltà” ha spesso i tratti della ribellione alla legge della Madre. La natura non va rispettata, ma sottomessa e violentata; i limiti vanno superati, le attese diventano senza senso in un mondo sempre più veloce, sempre più vorace. Perché aspettare la stagione delle fragole? Ci sono le serre! E che importa se ci priviamo così dell’esperienza della “mancanza” e del desiderio, se ci priviamo dei chiaroscuri, dei contrasti che nascono da un pieno e da un vuoto, se ci priviamo, appunto, della misura, delle maree, dei cicli e delle stagioni?
Il maschio patriarcale non vuole più sapere che “c’è un tempo per ogni cosa”, trova più gradevole avere sempre tutto e subito. Ogni giorno bel tempo, ogni giorno qualsiasi tipo di frutta e verdura, ogni giorno la femmina giovane, sessualmente disponibile: come si permettono, ‘ste donne, di avere “estri” e “periodi”? (vedi l’articolo di Elena Fogarolo L’estro cancellato su Leggere Donna n. 41, nov/dic. 1992).
Ho sentito con le mie orecchie un famoso ginecologo definire le mestruazioni “uno sbaglio della natura”, ed esprimere la speranza che la scienza riuscisse ad eliminarle del tutto! Un bell’attacco al “ciclo” per eccellenza...
La vita e la morte, manipolate e ospedalizzate, sono oggetto di dibattiti grotteschi. Oppure assurgono ad “eroizzazioni”, divengono pezzi di false morali e false filosofie: “amore e morte”, “morire per la patria” ecc. ecc. E questo incupirsi intellettualistico-letterario sul “senso” della vita e della morte, questo orrore del vuoto! Proviamo ad ascoltare un’altra musica: «Nella tradizione delle Donne Sagge, ogni forma di salute, ogni cammino verso la totalità (l’essere integri e interi) comincia con il ritorno al vuoto. Per guarirci, per ritornare “sani”, ci giriamo e rigiriamo nella “spirale della vita”, fino a entrare nel vuoto, questo sconosciuto, sapendo che la nostra forma viene ri-formata, che la nostra forma viene tras-formata, che ad ogni morte segue la rinascita». La citazione è tratta dal libro “Healing Wise” (Vie di guarigione, o “Guarevolmente”) dell’americana Susun S.Weed (1989).
La tradizione delle Donne Sagge (Sacerdotesse, Seguaci della Dea, Streghe, Levatrici, Guaritrici, Veggenti...) non si fa paralizzare dalla paura della morte e dell’inverno, non conosce né la linea retta del progresso all’infinito, né il cerchio ripetitivo-imprigionante dell’eterno ritorno. Eh sì, eccoci al momento cruciale. Chi guarda con sospetto il cerchio non ha tutti i torti... Ma la soluzione non è la strada rettilinea. Susun S. Weed, nel libro citato, ha detto la parola magica: spirale. E’ il movimento a spirale quello che ci consente di andare avanti e di ritornare nello stesso tempo! Con la spirale, seguiamo una traiettoria concentrica che ci riporta, dopo un giro, nella “zona” precedente, eppure mai al medesimo punto; più giri facciamo, più andiamo lontano, tuttavia non perdiamo di vista né il nucleo di partenza (attorno al quale gravitiamo sempre), né il piacere di rivisitare periodicamente il sud, il nord, l’est e l’ovest.

La spirale del quasi-ritorno è il grande mistero matriarcale, il sistema dove niente si perde e tutto si trasforma, dove gli opposti si conciliano. In questa logica, «impariamo ad accettare la benedizione della Madre, a rispettare il fiume-sempre-scorrente della Vita e della Morte, della Malattia e della Salute, del Benessere e della Debolezza, e a gioire di tutto ciò» (sempre dal libro della Weed).
Dai percorsi circolari c’è sempre qualcosa da imparare. Popoli che recavano ancora forti tracce matriarcali onoravano il rotondo scorrere dell’anno, sapevano che dietro l’apparente conflitto delle stagioni c’è un ordine superiore, un’armonia, così come dietro i nostri personalissimi conflitti c’è - ci può essere - una sintesi e una ricomposizione.
Lilla Consoni
(*) Il libro di Tom Robbins è uscito in Germania con il titolo di “Pan-aroma”, che gioca sulle parole “pan” (“tutto” in greco antico) e “Pan” (il dio-fauno romano). In edizione originale (New York 1985) si chiama “Jitterbug Perfume”, con riferimento a un ballo in voga nell’America degli anni Quaranta. Il tascabile tedesco è stato “sfornato" da poco.