Claudio Risé
Maschio amante felice
Come titolo è molto accattivante, non c’è che dire. Omaggi al pensiero della differenza sessuale; elogio delle femministe anche “dure”, con cui è possibile entrare in una relazione positiva, a differenza che con le donne che fanno dell’emancipazione (e dell’invasione dei “sacri” territori maschili) la loro bandiera.
Tutto bene, tutto a posto! Finalmente un interlocutore maschio all’altezza di un confronto con le punte più avanzate del movimento delle donne, uno che invita gli uomini a guardare le loro donne come dee. Eppure... eppure restano tanti punti di perplessità, l’impressione di un’occasione persa, di un tentativo molto meno convinto e convincente di quanto non sembri a prima vista.
Uomini, date spazio ai vostri sentimenti. Ma quali siano i sentimenti di Claudio Risé ci resta perlopiù oscuro. Ci sono tanti racconti di sogni di uomini in analisi, ma cosa provi il nostro autore al di là del piacere intellettuale che gli dà l’esposizione delle sue idee noi non lo sappiamo, o possiamo solamente intuirlo fra le righe, o dietro i suoi lapsus.
Si parla del pericolo sociale che un maschio represso e depresso nei suoi sentimenti maschili rappresenta, si parla dell’importanza del viaggio nelle zone oscure di sé come condizione indispensabile per lo sviluppo di una personalità maschile forte e positiva, ma in 185 pagine la parola stupro non trova ospitalità. Si rivendicano la generosità e l’altruismo come doti maschili, ma questo maschio sembra non avere niente da dire su come va il mondo, sulla divisione ineguale della ricchezza e sulla distruzione dell’ambiente. Le guerre sante, secondo Risé causate o almeno facilitate a livello di strutture psicologiche profonde dalla tendenza degli uomini a non stare coi piedi per terra, sono quelle di Saddam Hussein ma non quelle del ricco Occidente. E, in maniera ambigua, troviamo rivendicato il diritto dell’uomo di andare a caccia (perché non anche delle donne?), rimpianti per l’abolizione delle case chiuse, giustificazioni della prostituzione come pratica di vita essenzialmente femminile (visto che per gli uomini, a differenza che per le donne, ha senso anche un atto sessuale senza altri tipi di coinvolgimenti: ma chi l’ha detto che, anche se questa è tante volte la realtà, debba essere così sempre e comunque?).
Sfugge, anche nelle note di copertina, l’infelice definizione della donna come oggetto di amore o di desiderio. L’atteggiamento di estraneità a se stessi e al proprio corpo, più volte criticato, fa dispettosamente capolino proprio nella definizione del fallo come strumento di piacere (beninteso del maschio). Inoltre, riprendendo il poeta americano Robert Bly, abbiamo il rimpianto per la figura paterna che trasmetteva al figlio... il proprio modo di funzionare dal punto di vista affettivo, emotivo e di manifestarlo. E io che mi illudevo di vivere e di provare delle sensazioni e dei sentimenti, e invece sono solo una macchina in grado di funzionare più o meno bene in base alle istruzioni che mi sono state date!
A proposito di fallo è riportata una citazione dallo Sivapurana secondo cui è il simbolo dell’origine di tutte le cose, il che in fin dei conti rappresenta solo una piccola dimenticanza dell’altra metà del cielo. Notevole è anche l’esclusione a priori da ogni possibilità di diventare maschi amanti felici per gli uomini cresciuti nelle società mediterranee, regno delle «Grandi Madri» e dei loro deboli «figli di mamma» (e così abbiamo anche il leghismo sessuale, voilà!).
Si batte e ribatte sul concetto che i valori dominanti nella società occidentale moderna sono valori «materni» tesi al soddisfacimento dei bisogni: la produzione e il guadagno. E’ il femminile-materno che spadroneggia e alimenta la società dei consumi. Peccato che questi meccanismi sociali siano frutto di una società creata e dominata essenzialmente da maschi! Peccato che forse più che la realizzazione di valori femminili-materni questa società sembri la materializzazione dell’invidia maschile per le capacità riproduttive delle donne nel tentativo, in realtà sterile e distruttivo, di pareggiare i conti fra i sessi a livello simbolico quanto a potenza creativa.
Per Risé il mondo degli uomini costituisce il superamento di tutti gli elementi di “ambiguità” presenti e il maschio adulto farà bene a scordarsi di tutte quelle esperienze di contatto e interiorizzazione di valori “femminili” proprie dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma la vita procede “virilmente” sempre in linea retta, o abbiamo anche ritorni ciclici, momenti di rivisitazione di sensazioni e modi di vedere il mondo già sperimentati in passato? Basti pensare a quei momenti di grosso impatto emotivo, in cui ci prende il desiderio struggente di un protettivo e accogliente grembo materno, uomini o donne che siamo! Eppure anche questo fa parte (e quanto!) delle nostre zone d’ombra di maschi adulti.
Risé non vuole entrare nel merito del mondo psicologico delle donne perché ritiene impossibile farlo per un uomo, ma nell’ultimo capitolo ci offre un bel campionario di tipi di donne, senza neanche l’ovvia avvertenza che gli esseri umani di sesso femminile sono molto più sfaccettati e complessi delle categorie da lui proposte. Resta la sgradevole sensazione che, più che una legittima curiosità e il desiderio di comprendere mondi così diversi (e così simili) da quelli normalmente sperimentati dagli uomini, la vera spinta sia quella di dare “istruzioni per l’uso”: se la donna che ti interessa “funziona” in un certo modo, allora tu uomo devi adeguare i tuoi comportamenti a quel modo di funzionare, se vuoi raggiungere i tuoi più o meno nobili scopi. Più che un invito a vivere sentimenti, sembra un’esortazione al più tradizionale opportunismo maschile!
Da uomo e da meridionale non sono rimasto molto felice della lettura di questo libro. Non nego di essere stato colpito nel vivo da un certo modo di porre i problemi, soprattutto rispetto alla mancanza di figure di riferimento maschili che possano aiutare ad orientarsi nei propri percorsi di vita da uomo: si tratta di una ferita aperta. Ma temo che al di là di tutto ci sia ben poco da rimpiangere negli antichi percorsi di iniziazione maschile, spesso molto brutali e basati su un’idea di trasmissione di violenza da accettare su di sé in cambio di future possibilità di esercitarla a propria volta sugli altri esseri viventi. Credo, e qui mi piacerebbe ascoltare altre voci, che possiamo solo accettare di affrontare il peso di questa ferita e non rimuoverla, ma darle un senso positivo accettando che, anche se il tessuto emotivo che sembra sostenere noi maschi nelle nostre vite appare molto fragile e molto vulnerabile e molto poco stabile, nonostante tutto questo l’unica strada percorribile è quella dell’elaborazione del lutto e del dolore per la definitiva separazione interiore da figure maschili spesso assenti fisicamente o in ogni caso assenti come portatori di valori umani in cui potersi riconoscere.
Concludendo viene da dire a mo’ di preghiera laica: E tu uomo imparerai che ogni parto costa fatica e dolore, anche il parto del tuo essere adulto che è compito tuo e che non puoi delegare a nessuno, anche se hai tanto bisogno di trovare chi ti possa essere vicino in questo passaggio travagliato verso una vita nuova non solo per te ma anche per il mondo a cui appartieni. Solo imparando ad accettare, a rispettare e ad amare la tua parte «femminile», ricettiva e creativa, a riconoscerti in lei, potrai imparare ad amare le donne reali al di fuori di te, invece che proiezioni dei tuoi bisogni. E potrai diventare maschio amante felice e che dona felicità. E così sia!
Giovanni Zagari