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Guido Petter
I giorni dell’ombra
Garzanti, 1993
Recensione di Gastone Redetti pubblicata in Miopia n.20, aprile 1994, con il titolo: L’eredità del '68.

(Illustrazioni aggiornate)

Il resoconto de I giorni dell’ombra inizia da una mattina del novembre 1978, in cui Guido Petter si reca all’università a piedi, invece che - come è sua abitudine- in bicicletta. E vede.

Guido Petter
Guido Petter

Vede, una per una, tutte le scritte minatorie che costellano la città di Padova. Quelle degli autonomi e quelle dei fascisti:

«Più avanti, nelle strade dell’altra zona, quella oltre il caffè Pedrocchi e piazza Cavour - la città è come divisa in due zone da una barriera invisibile - alle scritte in rosso si sostituiscono quelle in nero, fasciste».

Prima, da ciclista, lo avevano colpito solo alcune scritte, quelle più grandi e vistose. Ora le vede tutte, ne percepisce appieno il messaggio terrifico, di vendetta e di morte. Le studia, le ripensa.

Nel Diario di Petter sono poi annotati, giorno dopo giorno, mese dopo mese, i segni e gli effetti della “violenza diffusa” nell’università di Padova e in particolare nella sua facoltà, Psicologia: ecco allora le interruzioni delle lezioni da parte di minoranze agguerrite e prevaricanti, le intimidazioni, l’uso “scientifico” - di stile quasi nazista - dell’umiliazione contro le persone, ecco le devastazioni, gli attentati “ai beni” (incendi di automobili, bombe contro le abitazioni dei docenti) ecco le prime aggressione fisiche, i ferimenti, i pestaggi e la presumibile convergenza dei piani di Autonomia con quelli delle Brigate Rosse.

Petter si è deciso a pubblicare il diario solo a distanza di anni, quando (come avverte la prefazione) le ferite personali e familiari prodotte da quegli anni terribili erano ormai almeno parzialmente rimarginate. E anche a noi che leggiamo, questa distanza degli avvenimenti ne rende più facile la comprensione: il fenomeno di Autonomia è stato nel frattempo non solo smascherato e vinto, ma compreso e, soprattutto, reso “visibile”.

Ma al tempo in cui Petter scrive, la minaccia è qualcosa di ancora invisibile, o quasi. La “violenza diffusa”, nonostante i segni evidenti, fu all’inizio ampiamente sottovalutata e ignorata. Chi non era addentro alla vita dell’università poteva pensare, per esempio, che le scritte sui muri della città fossero cose “insensate”, insignificanti. Ma la minaccia - nel resoconto di Petter - è ampiamente sottovalutata anche da chi avrebbe potuto scorgerla.

Il senso dell’invisibilità della minaccia, quale si rivela per esempio nell’incredulità dei docenti delle facoltà meno coinvolte e nell’attitudine a minimizzare dei docenti delle facoltà “calde”, suscita angoscia in chi legge: il Diario è anche la testimonianza di un’esperienza di solitudine e di isolamento. Petter ci appare come una voce che grida nel deserto. C’è - attorno a lui - chi gli dà dell’esagerato, e chi del Donchisciotte.

Ci sono, sì, fin dall’inizio, docenti che riconoscono la minaccia, il clima di squadrismo e di oppressione che si è ormai instaurato all’università. Si tratta di persone politicamente attente, di docenti vicini - come Petter - alla sinistra storica e che si oppongono con molta chiarezza all’ideologia pseudorivoluzionaria di Autonomia.

Però, di fatto, Petter sembra non poter contare su una collettività amicale, o semplicemente su un gruppo, che operi un’effettiva solidarietà.

Egli ci dà quindi il quadro straziante di una vita divisa in due: da una parte l’odissea quotidiana del lavoro universitario, la fatica snervante della personale resistenza alle pressioni e alle minacce degli autonomi. Dall’altra parte la vita familiare, che è all’inizio l’unico rifugio. La casa come unico luogo di incolumità, del resto presto aggredito psicologicamente dai primi ferimenti negli studi o nelle abitazioni di altri personaggi, dapprima nelle città “territorio” delle BR, poi anche nel Veneto e a Padova.

Solo nei rapporti con i familiari Petter può aprirsi, dire ciò che pensa. Il dialogo con la moglie sembra però presto compromesso da un eccessivo carico di angoscia. Restano la figlia, e, soprattutto, il figlio, come vedremo.

Petter entrò probabilmente nel mirino del “Comitato di lotta” dell’Autonomia padovana in quanto persona di sinistra, efficiente, che si opponeva alla politica del movimento (1).

Caffè Pedrocchi a Padova
Il Caffè Pedrocchi di Padova

Tutto comincia - forse - con l’irruzione nella sua aula, nel ’77, di un gruppo di “indiani metropolitani”, organizzazione attiva ed nel periodo precedente la svolta decisamente violenta di Autonomia. L’episodio è narrato retrospettivamente. Gli “indiani”, ragazzi e ragazze, lo circondano, inscenano una chiassosa pantomima “antibaronale”, lo irridono, lo umiliano. La reazione di Petter risulta quella di un uomo riflessivo, forse timido, certo non avvezzo ad affidarsi all’aggressività istintuale, immediata. L’emozione della sorpresa e la rabbia lo paralizzano, gli bloccano la parola. Le sue studentesse (che sono la maggioranza del suo pubblico) e i suoi studenti sono paralizzati al pari di lui. Solo alla fine della “sacra rappresentazione”, quando gli “indiani” se ne stanno andando, egli li ferma, trova la forza di dire qualcosa: sì, la lezione è stata interrotta, ma

«pare che il tempo non sia stato perduto [...] è stata un’esperienza sulla quale avremo modo di discutere».

A questa uscita i capetti del gruppo reagiscono con frasi insultanti.

«Quel tipo di linguaggio - scrive Petter - duro e volutamente offensivo, mi colpiva perché del tutto inatteso, e mi tramortiva. Non era mai stato usato dai nostri studenti, neppure nelle giornate infuocate del ’68. Avevo cercato di imbastire una risposta ragionevole, ma sentivo che ero fuori tono. Avrei forse dovuto urlare anch’io, diventare tagliente, ma non ero pronto».

La discussione sugli episodi di violenza avviene, durante una lezione di Petter, un paio di settimane dopo l’episodio appena riferito. Petter sostiene che anche gli studenti possono opporsi, parlare, fare qualcosa. Gli vengono allora riferite le minacce e le intimidazioni che vengono quotidianamente esercitate contro studenti e studentesse («Due ragazze mi si sono avvicinate, e una mi ha detto: “Se non stai zitta ti spengo questa sigaretta sulla faccia”»).

Caffè Pedrocchi a Padova
Piazza Cavour a Padova

Gli studenti si pongono un problema che è anche quello di Petter: come reagire a minacce e violenze senza mettersi sullo stesso piano di violenza, senza alzare le mani? Ed emerge un problema spinoso: «certe volte è proprio il professore il primo a stare zitto». Proprio mentre è in corso questa discussione, la porta si spalanca con violenza ed ecco, una nuova irruzione di movimentisti.

Ma questa volta Petter non sta zitto. E’, sì, ancora quasi sopraffatto dalla situazione, paralizzato dall’emozione. Eppure, con parole non del tutto adeguate, con le uniche parole che ha, “stonate”, non commisurate alla natura della provocazione, si dissocia, protesta. L’eroismo è in questo superamento del timore del ridicolo, in questo testimoniare anche non perfetto, e commovente è l’onestà con cui Petter riferisce il tutto, il disagio, la vergogna.

Cominciano i tentativi collettivi di resistenza, di opposizione. Gli studenti e le studentesse che si oppongono ad Autonomia indicono un’assemblea, di cui gli autonomi si impadroniscono “egemonizzandola” con azioni di prevaricazione, e nonostante una burrascosa resistenza degli altri/e studenti. Petter presenzia all’assemblea, e in tal modo “si segnala” ancor più. Entra nel numero dei “primi della lista”, compare sempre più nelle scritte minatorie, che non mancano mai di preludere, nello stile ormai squadrista di Autonomia, al passaggio a vie di fatto.

A questo acuirsi dei conflitti nell’Università, si contrappone - come detto - la vita in famiglia, che bilancia l’isolamento sociale, ma solo fino a un certo punto, perché quanto più Autonomia mostra un volto violento e armato, tanto più cresce in famiglia l’apprensione e l’angoscia.

Petter comincia a mettere in atto quelle che potremmo chiamare strategie di difesa psicologica. Progetta di acquistare una pistola per difesa personale. Ne parla con il figlio, che diventa il confidente, il compagno, il solo con cui Petter può parlare dei problemi in modo un po’ distaccato, “tecnico”, relativamente libero da connotazioni emotive.

Intorno a quell’idea della pistola nasce un’intesa tutta maschile, si discute sulle caratteristiche, i pregi e inconvenienti dei vari modelli, sulle tecniche di tiro ecc. Si realizza un’intesa benefica sul piano emotivo, perché Petter con il figlio può cedere a una specie di regressione, a un lato maschile-infantile che gli sarebbe impossibile manifestare con i pochi colleghi allineati su posizioni politiche vicine alle sue.

Guido Petter
Padova - Il cortile del palazzo
dell'università detto "Il Bo"

La storia di questa pistola (anzi delle due pistole che Petter acquista) delle esercitazioni al poligono di tiro, dell’iter per ottenere il porto d’armi, ecc. occupa una discreta porzione del libro. Ciò che sembra permettere a Petter di allentare una tensione psichica quasi insostenibile è dunque l’alleanza con il figlio, ma anche la stima e la solidarietà espressagli del questore di Padova (che egli incontra in occasione della sua richiesta di porto d’armi e con cui scopre di avere in comune una militanza nella resistenza partigiana), e l’ingresso in una inaspettata comunità maschile, quella dei frequentatori del poligono di tiro, nel cui ambito egli riesce a godere persino di qualche momento di distensione e di allegria conviviale.

Petter e suo figlio, pur scaricando la tensione in progetti di difesa di tipo militare (oltre all’armarsi, c’è l’installazione di un complicato sistema di allarme contro eventuali attentati), nutrono entrambi forti dubbi sull’efficacia della pistola, che Petter ha ormai imparato a usare e che si porta dietro dappertutto.

E hanno ben ragione di dubitare. Un giorno Petter si sposta, eccezionalmente, in bicicletta (andare a piedi era ormai divenuta una precauzione necessaria). Due individui balzano fuori dai portici nei pressi di casa sua e lo aggrediscono a colpi di spranga ferendolo gravemente, senza che egli possa far altro che ripararsi la testa con le mani, atto che forse gli ha salvato la vita.

Paradossalmente, questo tentativo di omicidio mette fine all’odissea psicologica di Guido Petter, che, entrando nel novero dei martiri del terrorismo (Rossa e Alessandrini sono stati da poco assassinati dalle BR), non solo invera i suoi stessi avvertimenti - rimasti sin lì quasi inascoltati - e la sua interpretazione della realtà dell’Autonomia, ma riceve una solidarietà politica finalmente fattiva, completa, rassicurante.

Guido Petter
Ritaglio de Il mattino di Padova (28 mag. 2011)
con foto del saluto funebre a Petter nel cortile del "Bo"

L’Autonomia e il terrorismo hanno perso. Ma a che prezzo. E hanno conseguito vittorie parziali, l’inevitabile parziale vittoria di qualsiasi politica violenta.

Nel caso di Petter, Autonomia ha riportato la vittoria parziale di costringere un uomo pacifico, non guerriero, a pensare in termini di guerra, di armi, di difesa e contrattacco. Una sfera di pensiero che si è rivelata del tutto inutile da un punto di vista pratico, con l’unico risultato che una cultura guerriera ha per un momento assimilato a sè una cultura della civiltà.

La vittoria dei violenti di quegli anni è stata una vittoria di distruzione. Autonomia e BR non sono “passate”, ma le lacerazioni nel tessuto sociale e nelle relazioni, le devastazioni psichiche personali, le vite rovinate sono incalcolabili.

La cultura guerriera maschile è ancora vincente? Il picchiatore, il persecutore, l’omicida sopravvivono, sono alla fine perdonati e reintegrati perché il perdono, la remissione dei debiti, la possibilità di reintegrazione ci sembrano alla fine necessari all’autoconservazione stessa della società civile.

Gastone Redetti

1) Lo stesso Petter si pone, nel diario, la questione: perché proprio lui fu così preso di mira? Egli avanza l’ipotesi che Autonomia lo considerasse - in quanto direttore di corso - una sorta di simbolo del potere accademico. Spiegazione valida, ma che a posteriori si rivela insufficiente. Da anni ormai è chiaro che tra gli obiettivi privilegiati sia delle BR sia di Autonomia ci furono non solo esponenti di destra ma anche, forse a maggior titolo, persone di orientamento democratico particolarmente impegnate sul piano sociale e culturale, intelligenti ed efficienti. Queste persone, dal punto di vista dell’estremismo terroristico, erano ritenute responsabili di "tenere in piedi il sistema" a causa del loro lavoro in magistratura, nell’insegnamento, nel sindacato ecc. E quindi bisognava farle fuori, con il terrorismo psicologico e dove questo non bastasse con l’eliminazione fisica.

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