Orwell, che fu socialista e libertario, aveva militato in Spagna nel 1937 - insieme con la moglie - nelle file dei repubblicani. Rimasto ferito, e dichiarata illegale dai repubblicani l’organizzazione politica cui egli apparteneva, riparò in Francia e poi in Inghilterra nel 1938. Visse a Londra durante la seconda grande guerra. Ebbe la casa distrutta da una bomba tedesca, sua moglie morì nel 1945 ed egli stesso - ormai minato nella salute - le sopravvisse di pochi anni.
In “1984”, che Orwell compose nel 1948, è chiaramente presente l’atmosfera di incubo che Londra visse negli anni della guerra:
«Ricordava [...] le disagiate condizioni della vita d’allora, il continuo panico per le incursioni aeree, i rifugi nelle stazioni della metropolitana. I mucchi di pietrame da per tutto, i proclami incomprensibili, incollati a tutte le cantonate, le squadre di giovani con le camicie tutte dello stesso colore, le file interminabili innanzi alle botteghe dei fornai...» (1).
Queste immagini sono presentate come ricordo infantile del protagonista Winston Smith. E’ chiara l’immedesimazione di Orwell con quest’uomo di mezza età, un po’ malandato, che inaugura il suo diario segreto nel fatidico anno 1984; l’autore proietta nell’infanzia di Winston la propria angosciosa esperienza della guerra, assimilandola al trauma vissuto nella propria infanzia: trauma del distacco dalla madre e dell’esilio in un sistema scolastico sadico e profondamente aborrito. La stessa allucinante società delineata in “1984” fonde in sè, in un certo senso, le caratteristiche proprie dei sistemi totalitari con l’esperienza della scuola-caserma.
Prima di procedere, va ricordato che Orwell nel suo romanzo immagina avvenire, negli anni immediatamente successivi a quello in cui scrive, una rivoluzione totalitaria su scala mondiale, come conseguenza della grande guerra. Londra, nell’anno 1984, fa parte di un grande blocco occidentale (l’Oceania) organizzato secondo schemi che ricordano da vicino il nazismo e lo stalinismo: controllo sociale ottenuto mediante uno stato costante di paura; eliminazione di ogni espressione individuale fino a ottenere un conformismo assoluto; repressione sessuale, mortificazione del corpo e censura dell’affettività; soppressione senza processo degli oppositori; necessità di tenere sempre aperto un fronte di guerra, indifferentemente con l’una o con l’altra nazione, in modo che ci sia sempre un avversario su cui far convogliare tramite una massiccia propaganda l’odio collettivo, ecc. Su questo sfondo si svolge la vicenda del romanzo: la ribellione di Winston, la sua relazione illegale con Julia, la cattura e l’annientamento psicologico dei due cospiratori-amanti.
La rivoluzione che porta al potere il Partito del Socing avviene quando Winston ha otto - dieci anni. E’ nella rievocazione di quel trapasso drammatico che troviamo pagine notevoli sul rapporto madre-figlio maschio.
Winston è colpito da uno dei tanti filmati di guerra con cui il regime esalta la distruzione degli avversari: una barca di sfollati viene presa a colpi di mitragliatrice. Una donna ebrea fa schermo alla figlia con il braccio, per proteggerla dalle pallottole: un gesto ovviamente inutile, eppure “grande”, uno di quegli impulsi umani basilari che il Partito cerca di estirpare con ogni mezzo.
Quell’immagine lavora nella psiche di Winston, che, durante un appuntamento clandestino con Julia, ha un sogno che gli restituisce la madre: il gesto della donna ebrea è un gesto che egli ha visto fare a sua madre. Ma in quel momento la madre difendeva la sorellina di Winston non dai nemici esterni, che pure incombevano e stavano preparando la morte di lei, ma da Winston stesso, ridotto all’epoca a una piccola belva affamata e spietata.
La madre, dopo l’epurazione del marito, aspettava che venisse il suo turno di essere presa:
«essa era in attesa di qualcosa che, come lei sapeva, doveva succedere. Faceva tutto quel che era necessario [...] assai lentamente, ma senza mai movimenti superflui. Il suo corpo ampio e modellato sembrava ricaduto in una quiete naturale. Ore e ore di seguito sedeva del tutto immobile sul bordo del letto, dando da mangiare alla sorellina più piccola, un affarino malato, e sempre zitto, di due o tre anni, con un faccino che per la magrezza somigliava a quello d’una scimmia.
Ricordava il corpo statuario di sua madre chino sul fornello per rimestare chissà che roba in una pignatta [...] Ricordava, soprattutto, quella sua continua fame e le battaglie ai ferri corti che si facevano all’ora dei pasti. Chiedeva a sua madre innumerevoli volte perché non c’era un po’ più di cibo, strillava e s’infuriava contro di lei (ricordava persino il tono della propria voce che cominciava a rompersi, e che certe volte risonava basso e profondo, in modo furioso), ovvero tentava di spremere qualche nota di commozione, negli sforzi sempre rinnovati di aver qualcosa di più di quel che gli sarebbe toccato. Essa non aveva dubbi che lui, “il ragazzo”, dovesse avere la porzione più grossa, ma, per quanto lei la facesse grossa, lui chiedeva sempre di più. E ad ogni pasto lei lo supplicava di accontentarsi, di non essere egoista, di ricordare che la sorellina stava male, e che aveva bisogno di cibo anche lei, ma non serviva a niente. Piangeva di rabbia quando lei smetteva di scodellare la sua porzione, cercava d’agguantare la pignatta e il cucchiaio dalle mani di lei, acchiappava pezzi di roba dal piatto della sorellina. Sapeva che in quel modo affamava gli altri due, ma non poteva farne a meno: e sentiva persino d’averne diritto. La fame che gli strizzava le budella gli dava piena giustificazione» (2).
Un giorno che la madre aveva diviso un pezzo di cioccolata tra lui e la sorellina, dandone a lui i tre quarti, Winston,
«con un balzo improvviso, agguantò il pezzo di cioccolata dalle mani della sorella e si mise in salvo per la porta [...] La sorella, rendendosi conto, in qualche modo, che le era stato usato un torto, si mise a piagnucolare debolmente. La madre se la prese in braccio e, attirandola al seno, ve la premette contro. Qualcosa, nel gesto di sua madre, gli fece capire che sua sorella stava morendo. [...] Quando rientrò, sua madre era scomparsa» (3).
Winston aveva provato vergogna, allora, di quell’ultima azione di rapina, e gli era rimasto il senso oscuro di essere responsabile della sparizione della madre. Il sogno chiarisce ora a Winston adulto che questo non è vero, ma lo sollecita anche a rivivere i ricordi: e sono ricordi dolorosi, perché egli riesuma la propria disperazione, la propria ferocia, e la sostanziale indifferenza per la sorte della madre e della sorella.
Così, se la madre non è stata uccisa da lui, è comunque stata uccisa dal suo sesso, dal suo ordine, l’ordine che egli detesta ma che lo ha cooptato dopo la morte della madre, e del quale comunque fa parte. E’ per questo forse che, riferendo il suo sogno a Julia, Winston afferma della madre: “Non l’ho ammazzata. Non fisicamente”.
Winston si sente dunque correo: egli è in qualche modo partecipe della morte/espulsione della madre, come per una specie di peccato originale maschile, che non è cattiveria originaria, congenita, ma piuttosto un’ingiustizia oggettiva originaria, cui la madre stessa è sottomessa: la madre stessa non aveva dubbi che lui, “il ragazzo”, dovesse avere la porzione più grossa.
In un altro sogno di Winston, la madre affonda in un vascello, come la donna nella barca degli sfollati:
«Così come se ne restava seduta sullo squallido letto dalla coperta bianca, con la bambina aggrappata al seno, sua madre sedeva anche in quel vascello naufragato, a gran profondità sotto di lui, e affondava man mano, ogni minuto di più. Eppure continuava a guardarlo, attraverso le acque che divenivano buie» (4). E altrove: «sua madre se ne stava seduta in qualche luogo profondo, giù, sotto di lui, e teneva la sorellina in braccio [...] Tutt’e due lo stavano guardando. Se ne stavano giù in qualche luogo sotterraneo, nel fondo d’un pozzo, forse, o in una tomba molto profonda. [...] Erano nel salone d’una nave che stava affondando e riguardavano in alto verso di lui, attraverso le acque che andavano rabbuiandosi [...] Lui se ne stava disopra, all’aria e alla luce, mentre loro venivano man mano succhiate dalla morte e se ne stavano laggiù perché lui se ne stava quassù» (5).
In questa acuta consapevolezza del disagio di vivere in un ordine maschile orribile, fondato sulla negazione e sullo sprofondamento del materno e del femminile, sta il culmine - a mio avviso - di quanto Orwell ha ancora da dirci. E anche il limite, perché la storia d’amore tra Winston e Julia delinea un rapporto eterosessuale convenzionale se non reazionario, in cui l’uomo riveste il solito ruolo di maestro intellettuale, e la donna è immanenza sensuale, spontaneità, immediatezza.
E’ da chiedersi quanto il fascino che questo romanzo esercita collettivamente sui maschi sia da ascrivere all’inconsapevole paura che ciascun uomo ha del vuoto e della desolazione che egli stesso tende a creare nella vita, non solo in guerra. E quanto - d’altro canto - alla nostalgia della rinnegata grandezza della madre, e all’inconsapevole timore che dallo scenario esca per sempre la soccorrevole figura materna: quella grandezza del dare gratuitamente, riconosciuta sì al fondamento di ogni senso di umanità, ma di cui il genere maschile abusa fuor di misura e senza restituzione.
g.r. [Gastone Redetti]
1) George Orwell, “1984”, Oscar Mondadori, 1980, traduzione di Gabriele Baldini, pag.188.
2) Ibidem pagg.189-190.
3) Ibidem pagg.190-191.
4) Ibidem pag.191.
5)Ibidem pagg.52-53.