“...questo è l’emblema dell’utilità della donna nella società, che manda avanti scatti di coscienza, senza che però cambi il sistema, come si dice. L’uomo ha questa spavalderia, questa guapperia di considerare che un rapporto autentico o un rapporto inautentico per lui è lo stesso, tanto quello che conta è quello che dice lui”.
Carla Lonzi
C’è un testo di Carla Lonzi (Vai pure - dialogo con Pietro Consagra) che si rivela di particolare interesse per individuare alcuni motivi di fondo di quell’insieme di temi e problemi che vanno attualmente sotto il nome di pensiero della differenza sessuale. Il libro, pubblicato nel 1980, riporta alcuni colloqui registrati su nastro magnetico e realmente intercorsi tra Carla Lonzi, figura di punta del neofemminismo italiano scomparsa nel 1982, e Pietro Consagra, che all’epoca era da oltre un decennio il compagno della stessa Lonzi.
Si tratta di un testo colloquiale e al contempo strettamente teorico, in cui Carla Lonzi ha esposto alcuni punti fermi del suo modo di intendere e di vivere il femminismo. La forma colloquiale, il contesto concreto della conversazione, il richiamo alla realtà di una situazione affettiva ci consentono di avvicinarci a quelli che appaiono i momenti di maggiore sofferenza di Carla Lonzi di fronte all’atteggiamento maschile, nella persona concreta e singolare di Pietro Consagra ma anche nel rapporto generico con la cultura maschile, col modo di essere e di rapportarsi degli uomini. Un interesse non secondario di questo libro consiste proprio nel fatto che le questioni della differenza sessuale vi sono affrontate tirando in causa un uomo concreto e un concreto rapporto donna-uomo.
La questione riguarda due libri, il diario di Carla Lonzi Taci, anzi parla, e Vita mia di Pietro Consagra.
Carla Lonzi, prima dell’eperienza femminista, aveva fatto critica d’arte con una certa affermazione personale: ruolo e mestiere poi abbandonati perché sentiticome alienanti. Nel suo fare critica (che per lei voleva dire soprattutto occuparsi degli altri, entrare in dialogo con gli artisti, scoprirli, portarli alla luce) Carla si accorse della debolezza della sua posizione, assimilabile – in quell’opera di ricerca empatica e di strenuo maternage – al più tradizionale ruolo femminile.
Gli artisti che contattava, si rese conto, non cercavano in lei un’interlocutrice, un’altra coscienza, bensì una sorta di spettatore perfetto ("lo spettatore ideale è donna"). A un certo punto della sua vita, Carla Lonzi affrontò coscientemente il disagio derivante dalla negazione di sé, e pose il problema da lei definito della duplicità della coscienza (smettere di suppore che al mondo esista una coscienza, un soggetto storico: con linguaggio attuale, smascherare la falsa neutralità sessuale della cultura). Problema dunque dell’esistenza della coscienza femminile, problema del riconoscimento della donna come coscienza, come soggetto che Lonzi sentì sempre come assillante: e non solo in quanto riconoscimento tra donne, ma riconoscimento della donna da parte dell’uomo.
Così Carla Lonzi dice in questo stesso dialogo:
"Non sono registrata da nessuna parte, sono aria parlante. Se tu mi neghi ritorno aria... Se tu non testimoni di me, chi può testimoniare di me sulla parola che non ha ascoltato?".
Consagra era da parte sua uno scultore affermato (che riusciva cioè a vivere del proprio lavoro d’artista) con tutto ciò che questo implica: essere inserito nell’ambiente, far mostre, coltivare una serie di relazioni indispensabili.
Torniamo dunque a quella storia di libri. Due autobiografie scritte nel medesimo periodo dai due componenti la coppia. Scritte secondo due angolature completamente diverse. Nel lavoro di Carla c’è un riferimento esplicito, diretto, meditato al rapporto intellettuale-emotivo con Pietro. In quello di Pietro, Carla avverte invece un occultamento di questo rapporto.
L’autobiografia di Pietro - stando alle parole di Carla – si riduce a una specie di prosa d’arte o a un’operazione culturale condotta senza lacerazioni entro uno sfondo noto. Operazione condotta poi con una finezza che sarebbe stata impossibile - avverte Carla - senza il nutrimento ricevuto dal rapporto emotivo e dal colloquio con la donna femminista. Pietro nel suo libro sorvolerebbe cioè completamente sul rapporto interpersonale con Carla, venendo di fatto a negare quel riconoscimento la cui mancanza Carla sente tanto drammaticamente.
L’amarezza di Carla Lonzi su tale questione è aggravata anche dal fatto che i due libri hanno avuta fortuna diversa: sostanzialmente ignorato quello di lei, coronato da consensi e premiato quello di lui. Anche la diversa accoglienza destinata ai due prodotti viene mostrata da Lonzi come aspetto dello sfruttamento maschile della donna. Il femminismo produce frutti che vanno a beneficio degli uomini più che delle donne: "via via che nel mondo femminile si tirano fuori delle verità con tanta fatica e anche tanta poca prestigiosità, c’è un profitto sul piano culturale: questo profitto è l’uomo che lo gestisce. E non viene riconosciuto quello che gli sta dietro... l’uomo si crea un pavoneggiamento di queste nuove penne di verità che però non modificano l’idea che lui ha di se stesso; diventano un appannaggio, un trofeo in più della sua persona senza che venga messo in crisi il fatto che la persona non è una ma sono due".
Questi rilievi, che hanno anche una precisa valenza personale, portano al massimo grado di tensione la discussione. In risposta a Pietro che sembra non comprendere il nocciolo della questione e tende a fraintendere, a sentirsi accusato di avere "rubacchiato" idee dal femminismo, Carla continua a replicare che altra è la questione, ossia il riconoscimento dell’altro come soggetto, come coscienza.
"Io l’ho riconosciuto a te nel diario, tu non lo riconosci a me nel tuo libro, però lo stesso nel tuo libro la mia presenza c’è. Io lo so che c’è. Questo non perché tu hai rubato ma perché forse io non ti ho portato la mia pressione fino al punto che tu ti sentissi nella necessità di ammettere questa presenza mia".
L’ingiustizia che qui viene gridata non riguarda solo una differenza culturale e qualitativa tra la donna e l’uomo nel modo di intendere i rapporti interpersonali: ciò che prende forma è innanzitutto un abisso tra la condizione sociale dell’uomo e quella della donna.
In sostanza, la donna non ha una società, non ha radici, non ha continuità storica nel senso che non fruisce di un processo di identificazione positiva in figure femminili che la precedono. La donna non aveva una società nel ruolo tradizionale, in cui l’appartenenza sociale è data dal padre e poi dal coniuge che la rappresenta nel mondo. Tanto meno la donna ha una società se lascia alle spalle il ruolo tradizionale e rifiuta di essere asservita: allora è sola al mondo. Ogni suo passo diventa una fatica mostruosa, essendo costretta a difendere continuamente la sua posizione, e a convincere una controparte maschile non importa se consenziente non importa se femminista. Alle spalle ha una terra bruciata, ad esclusione di un’esigua socialità femminista ancora senza tradizione e fondamento, senza un codice che attenui la pericolosità di uno strenuo confronto interpersonale.
Mentre l’uomo ha, almeno socialmente, la vita facile. Certo, anche lui, a pena di accettare il ruolo, di corrispondere a delle aspettative. Ma le crisi maschili sembrano essere per lo più di natura sentimentale. L’uomo ha maggiori possibilità di rispondere al proprio disagio tuffandosi tutt’intero (o magari solo per metà) nel mito maschile, trovandosi quindi più difficilmente con le spalle al muro, con la necessità di trovare una vera risposta alla domanda: chi sono io nel mondo?
"Quello che è umiliante - scrive Carla Lonzi - è questa possibilità che ha l’uomo di passare da una condizione all’altra con un viaggio che non è mai senza ritorno perché c’è questo elemento che la donna si porta dietro comunque... più scoperta, più vulnerabile, più per quello che è...".
Questa disparità non viene dissolta con l’emancipazione. Resta, allo stato attuale, una diversità femminile che è insieme autenticità (impossibilità di una vera identificazione con la cultura) e debolezza. L’uomo lo sente e ne approfitta. Del resto ha bisogno di quella debolezza.
"Anche una donna emancipata - scrive ancora Lonzi - l’uomo la può vedere nella sua condizione di sofferente, la becca sempre. E questa sua sofferenza proprio gli dà forza perché è come una aspirazione che lo ricarica. Quindi anche con lei... magari c’è un momento in cui ha gli occhi trasparenti. Qualsiasi donna. Quindi l’uomo questo abbeveraggio lo può carpire sempre, sfuggendo ... che cosa? La coscienza che una donna può avere della sua autenticità e quindi il porsi come un altro punto di vista. Lì l’uomo viene disturbato perché fino adesso è stato abituato a questo abbeveraggio che non aveva un vero prezzo perché la donna lo impugnava, quindi non era un valore...".
È denunciato qui, con vigore e chiarezza, il meccanismo di sempre: dalla donna, in privato, viene una forza che all’uomo è necessaria per vivere e per sopravvivere, per, affrontare il mondo degli uomini. Da parte sua l’uomo, pur abbeverandosi costantemente alla donna, risulta due volte inconsapevole della situazione: da una parte c’è la sua rimozione - venata di malafede - del femminile quando lui è nel mondo (si fanno discorsi da uomini- si agisce secondo parametri che sconfessano la sfera altrimenti vissuta nel rapporto privato, per quanto a ridosso dell’autenticità femminile); e dall’altra parte l’uomo non si rende conto della misura, del grado in cui fruisce della donna: così è come se non vedesse né il rapporto con la donna né la donna stessa nella sua realtà, accecato dall’intensità della propria proiezione sentimentale.
È il famoso "ma io ti amo" maschile. L’uomo proclama che gli importa solo del rapporto amoroso, che gli altri rapporti che egli vive sono ad altro livello, insignificanti. Ma se nel rapporto provasse un coinvolgimento simile a quello della donna, in realtà non potrebbe non disperarsi dell’insignificanza degli altri rapporti, non potrebbe reggere al fatto di dover vivere rapporti di segno contrario. Scrive Lonzi:
"Il giorno in cui capisco qualcosa di me o di te agisco in conseguenza. Se capisco una cosa e poi ne faccio un’altra mi sento proprio massacrata da me stessa. Mentre per te...".
Ciò di cui l’uomo non si rende soprattutto conto, è che egli può giocare su due piani differenti (cosa per le donne o del tutto impossibile o possibile a un prezzo molto più alto), unicamente grazie allo sfruttamento inconscio e acritico della psiche femminile. L’uomo insomma non sarebbe in grado di affrontare l’indifferenza dei rapporti di lavoro, pubblici, culturali, se una donna non svolgesse per conto suo e al suo posto una complessa opera di elaborazione emotiva e di compensazione.
- Rapporti reali all’infuori di te [dice Pietro] non me ne
interessa nessuno. Proprio mi fanno una fatica mostruosa.
- E infatti tu [replica Carla] non ne hai, non tendi ad averne.
E probabilmente quella fatica mostruosa che ti farebbero io la
faccio con te. La fatica del rapporto significa del prendere
l’iniziativa - nel nostro rapporto la prendo sempre io - e questo
smuovere dall’inerzia un’altra psiche è una fatica anche
mostruosa.
Vai pure ci conduce dunque su un terreno scabroso:
l’incommensurabilità di due condizioni, quella femminile e quella
maschile. Ai complessi fattori oggettivi e soggettivi per cui -
di fronte a un atteggiamento femminile di empatia, di
immedesimazione nell’altro - risulta altamente improbabile che un
uomo riesca a immedesimarsi nella condizione e nei problemi della
sua compagna.
La coppia Lonzi-Consagra presenta aspetti inconsueti, come il femminismo di lei sostenuto in modo conseguente anche nel rapporto etero e l’accettazione maschile del femminismo sul piano delle idee.
Ma è facile vedere come - al di là di questi aspetti "eccezionali" - i problemi posti siano tipici, comuni. Universale risulta l’analisi sull’economia essenziale che la donna riveste nel funzionamento psichico maschile. L’uomo in fondo sa "di se stesso, che senza questa iniziazione con la donna lui non è neanche un uomo, non è in grado di sentire la sua umanità". Questa iniziazione è il contatto e l’abbeveraggio con l’autenticità femminile, con un qualcosa della/nella donna che sarebbe arduo classificare in una definizione, ma della cui efficacia è difficile dubitare. Spesso nella cultura occidentale è stata usata la parola anima (tu sei la mia anima, anima mia...): la donna è l’anima dell’uomo.
Il termine è ripreso anche nella psicologia di Jung, dove l’anima è intesa come proiezione sulla donna di elementi vitali e necessari (e tuttavia inconsci e non elaborati) della personalità nell’uomo.
Quale che sia l’apporto femminile alla psiche maschile, la cosa
certa è che questo apporto è profondamente asimmetrico. Questa
sperequazione non deriva da un ordine naturale delle cose, non si
inserisce affatto nella "complementarità" dei sessi un tempo
vagheggiata: e quindi non è indolore. Né passa sotto silenzio. Il
femminismo, come riflessione femminile anche di questa
sperequazione, ha trovato per essa parole molto precise.
Ma è evidente che l’autenticità femminile (per continuare a usare
il termine di Carla Lonzi), ossia il valore da cui l’uomo ha
tratto, e trae, un nutrimento senza il quale egli non avrebbe
accesso alla sua stessa umanità, è antecedente a questa presa di
coscienza. Abbiamo visto su questa stessa rivista il quadro
presentato da Shere Hite nell’inchiesta "Le donne e l’amore":
come le rimostranze femminili siano una vera e propria costante
nel rapporto di coppia, a prescindere da e prima della presa di
coscienza femminista. Come vi sia un continuo tentativo da parte
delle donne di "parlare del rapporto", mentre l’uomo assume
regolarmente un atteggiamento di difesa (alternando la passività
a brusche manifestazioni di aggressività): gli uomini parlano di
argomenti interpersonali solo se sono tirati per i capelli ecc.
Quel parlare femminile del rapporto è un aspetto delle cure femminili. La donna cura o cerca di curare il rapporto, come del resto cura i figli, come cura le relazioni parentali o la stessa immagine della famiglia verso l’esterno. Mentre l’uomo sovente non si rende nemmeno conto che tutto ciò che nei rapporti interpersonali funziona (ed è quindi gradito e gratificante), esige una cura.
Da solo l’uomo non sarebbe mai in grado di discernere la cura femminile: può farlo solo quando la donna si rende conto del valore che essa produce e lo contesta all’uomo. La critica del rapporto non è però sufficiente a cambiare la realtà del rapporto. L’uomo cui viene rivelata la disparità e l’ingiustizia del rapporto con la sua donna (e non del rapporto donna-uomo in generale, che può sempre essere attribuito agli altri) non diviene per questo capace egli stesso di prestare cura, né esce dalla passività: non abbandona insomma il suo abito mentale abbastanza da costituirsi come il reciproco della sua compagna nel rapporto interpersonale.
Il disagio femminile di fronte al modo maschile di essere al mondo è tale che nella discussione femminista vi sono posizioni che tentano di interpretare la differenza sessuale in base a modelli biologici e a schemi comportamentali innati comuni a diverse specie animali superiori, ivi compresa la specie umana. Una prima serie di problemi risulta ben chiarita dal testo sopra esaminato: un uomo non può arrivare da solo - per vie sue proprie - ai problemi che il femminismo pone.
Quindi un uomo femminista è un uomo "attaccato" dal femminismo. Si trova di fronte a verità che in qualche modo gli arrivano dall’esterno. Non acquisite per un suo cammino interiore, non per l’esigenza intima e cosciente di mettere in gioco i propri rapporti con il mondo.
Occorre precisare che la contestazione dell’uomo è solo un aspetto secondario del femminismo? che la prima molla del femminismo va cercata nell’esigenza delle donne di essere "per sè e in sè"?
Un uomo invece sente come prioritario l’attacco all’uomo: non comprende il femminismo. Tale comprensione presupporrebbe una comprensione del mito maschile che muove l’uomo nella vita sociale, nel "mondo maschile".
Carla Lonzi in Vai pure affronta in modo singolarmente efficace questo mito maschile, questa solidarietà e identità dell’uomo con il mondo sociale e culturale (il mondo dei rapporti indifferenti, dove si esiste a pena di stare nel proprio guscio emotivo e di non interferire con quello degli altri); e mostra inoltre la sua contraddizione di donna che chiede: testimonia di me in quel mondo cui io non posso appartenere; ma anche: non appartenere a quel mondo.
I colloqui con Pietro non conducono ad una soluzione del problema-rapporto. In sostanza, l’uomo si ritrae, non regge. Non ricusa il femminismo ma non ce la fa più a vivere con una femminista: e chiede libertà, altri rapporti, altri spazi. Non può comprendere a fondo quello che gli viene chiesto, perché vive positivamente il mito maschile, che rimane al di fuori della sua coscienza critica.
L’uomo particolare di cui si parla nel libro ha un buon
inserimento sociale, una buona accoglienza nel mondo degli
uomini: e l’implicazione che egli ebbe con il femminismo gli
dovette apparire la massima possibile. Al di là ci sarebbe stata
la dissoluzione dei suoi valori, e la prospettiva di una crisi
personale disgregante.
Anche Consagra sembra essere rimasto irretito nell’autoinganno
sentimentale, nel complesso della madre per il quale gli uomini
si autoaccecano e non colgono che una minima parte del rapporto
reale con la donna. "Non ci sei che tu, di veramente importante e
significativa". Ciò è detto e concepito in buona fede. La
formula è la stessa con la quale - così sembra - gli uomini hanno
sempre cercato di scagionarsi in relazione alla pratica della poligamia ("le
altre non contano, ci sei solo tu di veramente importante").
Gastone Redetti