«[...] c’era stato un bambino nel suo passato. E aveva avuto la cara abitudine di risalire a lei, nottetempo. Sorrise con le labbra e con tutto il corpo [...] il suo alito era come il fiato di un garofano»1.
Questo bambino del passato - quasi uno gnomo ultraterreno - irrompe sovente nei racconti di Grazia Livi, e anche questi ultimi, raccolti nel volume La finestra illuminata, non fanno eccezione.
Un figlio, una madre. Anzi tante madri, alter ego dell’autrice che prende a prestito i panni di donne in carriera sempre di fretta, che vanno in ufficio, che partecipano a meeting, che gestiscono laboratori artigiani.
Le attività di queste madri indaffarate rimangono troppo in abbozzo per essere sociologicamente credibili; del resto una scrittrice qualcosa deve inventare come sfondo, e nessuno pretende realismo, poniamo, nel fondale del balletto del Lago dei cigni.
Sono altre profondità ad essere scandagliate dalla scrittura di Grazia Livi, che anche qui si svolge precisa e scandita da un ritmo ampio, come un adagio musicale. In questo adagio, l’autrice scava indaga immagina rapporti antichi e però mutati: con gli uomini nei loro diversi ruoli, e con le donne in una vicinanza ricca di nuove parole.
Mi limiterò, in questa breve recensione, al tema del rapporto madre-figlio maschio, riferendomi al racconto Il lustrascarpe, da cui sono tratte tutte le citazioni che seguono.
Una madre artigiana sale un momento in casa dal laboratorio e per un gioco di riflessi può guardare il figlio senza esserne vista, come in una candid camera letteraria. Il paragone con la candid camera non è fuori luogo, dal momento che l’autrice stessa cita sovente i nuovi termini della tecnologia, con una sorta di “spavento” che cerca di trasformare in più tranquillo umorismo.
La madre del racconto è allarmata: il figlio passa un momento di grande confusione e tra l’altro si è messo in testa, leggendo un volantino, che fare il vigile del fuoco sia una cosa straordinaria. Mentalmente la madre gli grida:
«Max! Attento! Che fai? Quelli mica ti hanno detto la verità! Addestramenti massacranti, tangheri al comando, paghe da fame! Sono furbi loro! E poi sai dove ti ritrovi? A fare la ronda notturna in uno stadio, a guardia di un cesso pericolante!».
La madre è precisa, sa le cose; forse le madri le hanno sempre sapute, forse hanno sempre indagato il mondo. O forse no. Questa madre comunque, sa. E’ il figlio, che crede che lei non sappia nulla. Perché è donna, perché non è giovane come lui, perché è sua madre.
Il figlio è tornato da poco dal servizio militare. E si avverte nella madre, per quell’esperienza maschile che egli ha subito, una pena straziante. Una alienazione in più. Una devastazione interiore che nessuno conteggia.
La madre per compassione si piega agli infelici capricci del figlio, che vuole star solo nella sua stanza:
«lei non entrò mai intera: o con la sola testa, scostando un battente, per annunziare il pasto pronto, o di profilo per riferire d’un amico al telefono, o con una sola mano che porgeva un quotidiano pieno di notizie, che rianimasse quel Lazzaro».
Lazzaro, fante, Icaro... la madre applica vari nomi all’ex bambino cresciuto, che non la vuole più.
La madre non ha nessuno con cui parlare? Parla con un cane: «Dimmi, cane, qual è il metodo più efficace per sbloccare la situazione?». Ma anche il cane si ritrae, come si sono ritratti il marito separato e gli altri amici.
Per parlare con qualcuno, la madre deve pagare: uno specialista, che «aveva risposto con le frasi della neutralità e del senso comune. Pareva che queste, nel mondo che si era scardinato, fossero divenute sapienza».
Ma ecco il fante scompare, al suo posto improvvisamente c’è il bambino di luce in zoccoletti:
« “Mamì, sono tanto triste [...] perché sono tanto cattivo [...] Tu mi hai detto: vuoi venire con me in spiaggia? E io ho detto: no, voglio giocare con Federico. E ho visto che sei andata via, tutta sola».
Livi non spiega, non ha teorie: apre solo le mani e mostra quello che ha. Ecco, par dire, questo è stato, questo amore, e adesso come lo lego al presente?
Il passato esercita sulla madre una penosa nostalgia:
«Tornare indietro. Tornare a quel mondo intimo, costante, che lei un tempo aveva scandito a modo suo, come una sovrana».
E ancora, schiacciando di più il piede sull’acceleratore del passato, quando il bambino dice alla madre:
«La mia Baby è malinconiosa, non può mica essere salutata una volta sola! Ha bisogno di due razioni!».
Un altro colpo d’acceleratore:
«“Mia grassona! Mio tutto! Sei il tutto pieno di ciccia!” Lei lo bloccò sconcertata: “Ma cosa dici? il tutto è Dio”».
Eccovi tutti serviti! Questo mi diceva, questo ha detto! Questo è l’amore di un bambino per sua madre! E adesso cosa è diventato? Doveva diventare così? Era necessario? Siete contenti di quello che avete fatto, di quello che mi avete costretta a lasciarvi fare? Anche il nome ho perso, un tempo mi chiamava Mamì, ora mi chiama, quelle poche volte che lo fa, Madre.
Un tempo le confidava tutto, ora non parla quasi mai:
«stava zitto. Da quanti giorni? Mesi? Anni? Se ricordava una parola, questa era brevissima SI’ / NO / BENE / VADO / NULLA / IERI / MAH / FORSE / BOH / CERTO / PROVA / BASTA. Inutile insistere: i monosillabi parevano radicati in un risentimento dell’anima, in un suo irrimediabile credito. E i plurisillabi - ricordava soprattutto FIGURIAMOCI - erano radicati nel disprezzo per le parole adulte, incapaci di cogliere la verità».
La madre sa che il suo tormento non è unico:
«“Mi raccontasse mai qualcosa”, disse l’amica. “Le mie sono soltanto supposizioni.” “Anche le mie.” “Com’è deprimente avere quel muto a tavola” [...]».
L’amica ha almeno un marito con cui condividere il muto e con cui vivere poi in pace. La madre non ha più nessuno. Il bambino gaio e amoroso è sparito:
«”Tutto può sparire davvero, senza lasciare traccia? Non sopravvive nulla?” [...] “Queste cose a chi le posso confidare?” Ma le veniva una sola risposta: “A nessuno”».
[Elena Fogarolo]
1) Dal racconto Sognami ancora.
E.F. [Elena Fogarolo]