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Rita Gross
Buddhism after Patriarchy
State University of New York Press, 1993
Recensione di Elena Fogarolo pubblicata con il titolo Il risveglio in corpo di donna in Miopia n.35, maggio 2000 (numero monotematico UNO SGUARDO A ORIENTE)

«Mi è sempre sembrato strano che una tradizione così acutamente consapevole dei pericoli e delle trappole dell’ego non sia stata altrettanto acuta nel riconoscere che il privilegio di genere è una delle più distruttive manifestazioni dell’ego».

Rita Gross (1)

E’ una discesa agli inferi, questa lettura. Una discesa che del resto abbiamo già conosciuto attraverso l’opera di denuncia della realtà patriarcale svolta dal primo femminismo, e, più in particolare, attraverso il lavoro che hanno fatto le donne femministe cristiane sulla loro religione.

Il libro inizia riportando l’episodio dell’abbandono, da parte del futuro Buddha, della giovane moglie e del figlioletto appena nato, «perché era convinto che fossero un ostacolo al suo sviluppo spirituale»; di qui la domanda radicale dell’autrice: «può una religione fondata da un uomo del genere servire gli interessi e i bisogni delle donne?» (2).

Anche secondo gli standard morali “neutri” della nostra epoca, il comportamento del principe Siddhartha non può essere considerato positivo. Attualmente il compagno e padre viene considerato responsabile, ha doveri che è tenuto ad assolvere prima di andarsene, dovunque voglia e per qualunque motivo. Ma nel tempo e nel luogo in cui si svolge la storia di Siddhartha, i maschi ricchi potevano fare quel che volevano, e in particolare non era sottoposto a giudizio quel che essi facevano alle donne. Né, tanto meno, ci si aspettava che potessero essere le stesse donne a giudicare l’operato maschile.

Se queste sono le premesse, che si fa? Si lascia perdere il buddhismo? Sappiamo a monte che l’autrice non l’ha fatto: è buddhista, vuole cambiare il buddhismo, è convinta che sia possibile farlo. Ma prima di dirci come, essa ci fa un resoconto di ciò che il buddhismo è stato, ed è ancora. La critica al buddhismo è spesso svolta in concomitanza all’esposizione delle varie scuole e correnti.

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Rita Gross
(Immagine tratta dal sito
www.ritamgross.com )

Rita Gross, analogamente a quanto han fatto le femministe cristiane e di altre tradizioni religiose (3), cerca figure di donne significative nella storia del buddhismo: con un po’ di fatica ne trova alcune ma capisce che ce ne sono state molte altre, la cui memoria non è stata tramandata.

Dell’atteggiamento dei moderni buddhisti occidentali di sesso maschile riguardo al femminismo, l’autrice parla sovente, ora con amarezza ora con umorismo: più che ostilità (che del resto “non devono” provare), essi esternano un senso di non-necessità, una sorta di controllato fastidio per il femminismo. Gross è costretta a concludere che questi maschi mancano di empatia proprio nell’ambito di una religione che si fonda sull’empatia. Gross mette inoltre in luce come, in una religione così analitica e sistematica, gli studiosi maschi abbiano omesso di studiare l’esperienza femminile, se non entro una classificazione rozza, sbrigativa e di comodo. In conclusione «una religione della compassione non può condannare metà dei suoi membri alla perpetua inferiorità» (4).

L’autrice passa poi ad analizzare le varie correnti buddhiste dal punto di vista delle donne (quali sono più o meno favorevoli alle donne?). Il giudizio più negativo riguarda la tradizione theravada.

Ovviamente qui le opinioni possono divergere molto: il buddhismo theravada è certamente, come spiega l’autrice, quasi “preformato” per monaci maschi, con tutto ciò che ne consegue per le donne, ma è anche vero che il trapianto del theravada in occidente, e in particolare in America, con grande apporto di studi femminili, ha molto modificato lo stile di questa scuola, che molte/i apprezzano per la sua limpidezza.

Al buddhismo tibetano, chiamato anche grande veicolo per la sua apertura ai laici, uomini e donne, l’autrice riconosce un carattere più democratico: protagonisti delle leggende di questa tradizione non sono infatti solo monaci ma spesso anche laici, ragazzi, donne. Non viene però posto abbastanza in rilievo, a mio avviso, il peso negativo di questa tradizione, con le sue credenze, le usanze, e la struttura clericale maschile. Inoltre anche nella tradizione tibetana solo pochi possono dedicarsi alla religione nelle forme che la tradizione insegna, e quei pochi sono per lo più maschi.

Gross riferisce (pescando un po’ da tutte le tradizioni buddhiste) posizioni sulle donne che sembrerebbero tratte dalla più oscura tradizione cattolica; la condizione delle donne (descritte normalmente come meno intelligenti, meno spirituali degli uomini) è vista dai buddhisti come cosa da evitare: è molto, molto meglio nascere (o rinascere) uomo piuttosto che donna. Gross mitiga un po’ l’impatto di queste posizioni osservando che in genere non c’è misoginia nei buddhisti, ma che in essi prevale piuttosto un sentimento di pietà per una condizione, quella femminile, ritenuta difficile e poco favorevole alla spiritualità.

Il Buddha, che significa “il risvegliato”, è sempre un maschio. Anche oggi, il Dalai Lama è un uomo e quando si cercano le reincarnazioni di importanti lama in bambini piccoli, in verità si cercano dei maschietti (5).

La discriminazione che esclude le donne non è ignorata dai buddhisti, che - annota Gross - la giustificano di solito con fattori che dipendono non dalla religione in se stessa, ma dalla struttura sociale: dal momento che le donne sono sotto la tutela di un padre, di un marito, di un figlio, come potrebbero avere la libertà di diventare un Buddha?

Questo libro, dicevo all’inizio, è una discesa agli inferi, una tristissima antologia di opinioni, teorie, giudizi buddhisti sulle donne, che si potrebbero quasi sempre definire “contro” le donne. Pescando tra tanto materiale, veniamo a sapere per esempio che la principale causa per cui una donna rinasce donna, consiste nell’amore per il corpo di donna. O ancora: nella tradizione buddhista della Pura Terra viene prefigurato una sorta di paradiso in cui le donne saranno, tra l’altro, libere dalle mestruazioni e rimarranno incinte senza rapporti sessuali. A proposito di Shri Maladevi, una celebre donna che raggiunse l’illuminazione, contemporanei e biografi arrivarono a dire che non era realmente una donna ma «un uomo apparso come donna!» (6). Le donne buddhiste, incluse le monache, ci informa ancora Gross, hanno normalmente avuto una istruzione molto scarsa, e le loro uscite pubbliche hanno sempre rischiato il ridicolo. Tra le notizie del libro che ho trovato più tristi, c’è quella che ci informa che innumerevoli bambine hanno pregato, e ancora pregano regolarmente per la loro rinascita come maschi nella prossima vita.

Nonostante tanta amara ideologia antifemminile, nel buddhismo, proprio come nel cristianesimo, le donne furono particolarmente attratte dalla nuova religione:

«alla fine tutti i cittadini del regno furono convertiti, prima le donne, dopo i loro mariti e dopo ancora gli uomini» (7).

L’autrice, cercando di indagare perché gli uomini buddhisti abbiano una così scarsa empatia verso le donne, osserva che le donne, presentate in genere come madri, sono messe in ombra dalle proiezioni dell’adulto maschio che, identificandosi nel bambino e anche nel feto, trova scontata la dedizione materna e condanna la madre se non è perfettamente dedita.

Anche il buddhismo tantrico, verso cui l’autrice manifesta una certa simpatia per la valorizzazione della sessualità, non è a suo avviso privo di rischi in quanto, nella coppia sacra che si congiunge, è sempre alla realizzazione di lui che si pone l’attenzione. Nessuno riferisce che cosa avverrà della bella giovane fanciulla scelta come sacra compagna quando giovane e bella non sarà più.

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Tara Verde,
particolare di tankha tibetano

L’autrice mette in guardia dal credere che la semplice presenza di simboli al femminile nella religione sia di garanzia o di utilità per le donne, e ricorda che spesso le immagini femminili del buddhismo sono modellate su desideri e proiezioni maschili, che per le donne possono anche essere pericolosi (è qui inevitabile un parallelo con la figura della vergine Maria e con la complessa questione del culto mariano maschile). Nel buddhismo, in definitiva, si accetta ancora come naturale l’informale dominanza maschile, mentre le monache sono povere, poco istruite e non possono diventare maestre spirituali

Ma questa è storia: lasciamola perdere e viviamo il presente. Così insegna il buddhismo: perché trattenerci ancora in questo inferno?

“Il dharma non è maschio né femmina”

Tale enunciazione dà il titolo al terzo capitolo del libro, che propone una «analisi femminista dei concetti chiave del buddhismo». Il Buddha disse che nessuno è realmente uomo o donna. Eppure, osserva Gross, questa ed altre affermazioni sembrano non essere sufficienti a liberare il buddhismo dalle sue contaminazioni androcentriche. “Il dharma non è né maschio né femmina” riecheggia molto il pensiero di san Paolo “Cristo non è né uomo né donna”, ma sia nel cristianesimo che nel buddhismo è grande la proliferazione di simbolici antropomorfizzati al maschile. In entrambi i casi, l’affermazione sull’irrilevanza del genere viene detta in un contesto androcentrico, dove finisce con l’essere superficiale. Di fatto, significa sempre: “puoi farlo anche se sei una donna” e mai “puoi farlo anche se sei un uomo”. Le affermazioni buddhiste e cristiane sull’indifferenza di genere, ricordate dalla Gross, rivelano in definitiva che l’insegnamento buddhista tradizionale è diretto sempre ai maschi, e solo eccezionalmente alle donne. Sia per il cristianesimo sia per il buddhismo l’ideale della persona spirituale è sempre di sesso maschile.

Molte donne cristiane, e alcune donne ebree, tutte teologhe, tendono, come già accennato, a “ricostruire la tradizione”. Si tratta di pensatrici che, mosse da un atteggiamento positivo e che trascende i momenti misogini e androcentrici delle loro religioni, cercano delle fondamenta egalitarie e liberatorie per ogni essere, uomo o donna.

Ma, osserva Gross, un gruppo più ristretto di donne post cristiane e post ebraiche pensa che tale lavoro di ricostruzione non sia possibile e che l’unica strada percorribile consista nel ricominciare con simboli e rituali precristiani e con “la creazione di nuove tradizioni”. La pazienza delle donne religiose è stata infatti messa a dura prova dall’indifferenza delle gerarchie maschili verso il lavoro simbolico femminile.

La soluzione dell’autrice, di fronte a questi problemi, è una sorta di fusione di femminismo e buddhismo: il femminismo ha innovato la pratica della co-umanità di donne e uomini, il buddhismo può essere un passo ulteriore su questa via. Anche il femminismo, per essere efficace, deve essere a tutti gli effetti una pratica, come lo è il buddhismo: solo la pratica porta a cambiamenti di idee, di linguaggio, di aspettative (a noi italiane questo rilievo può risultare scontato). Gross ci informa che negli Usa buddhismo e femminismo sono spesso congiunti in uno stretto legame; come dice uno slogan molto sentito: buddhismo è femminismo.

Al femminismo l’autrice riconosce il merito di avere svelato un aspetto del samsara, cioè del mondo fenomenico che subiamo ogni giorno e in cui ci identifichiamo: dal punto di vista del buddhismo, gli stessi ruoli sessuali non sono “realtà”, sono anch’essi mutevoli, impermanenti, destinati a sparire, e pertanto possiamo cambiarli se li troviamo negativi.

Voce profetica e oppressione

La tensione religiosa dell’autrice, di cui abbiamo già ricordato la provenienza cristiana e il legame con donne cristiane critiche verso la religione ufficiale, non può essere disgiunta da un certo impegno sociale (8). La critica che da molte parti vien fatta al buddhismo, di non occuparsi del sociale, non è respinta dall’autrice, che non si difende nemmeno dietro la classica argomentazione buddhista: “può sembrare che non facciamo nulla, ma cercando di migliorare noi stessi miglioriamo le nostre azioni e quindi il mondo”.

L’autrice mantiene uno slancio contro l’ingiustizia, qualcosa che il buddhismo non ha placato. Essa avverte nel buddhismo la mancanza di “una voce profetica”, cioè l’indicazione forte a muoversi contro un’ingiustizia non più sopportabile.

Sul bisogno di questa voce profetica di giustizia, Gross scrive

«se mi fosse capitato di essere una donna buddhista costretta a vivere nelle condizioni che sono proprie alla maggior parte dei paesi buddhisti, il buddhismo non potrebbe essere una mia scelta. Solo la coincidenza tra buddhismo e femminismo, centrale per me, permette il dialogo interiore» (9).

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La copertina del libro)

D’altra parte Rita Gross, confrontando la situazione delle buddhiste occidentali e quella delle cristiane, trova migliore quella delle buddhiste. Qui ovviamente intervengono profondi fattori soggettivi: di fatto ci sono molte donne religiose che non sono schiacciate dalla loro religione. Ci sono le femministe cristiane che dicono “madre nostra”, o “genitori nostri”, ma ci sono anche molte donne più tradizionali che sarebbe forzato definire schiacciate dalla religione. C’è sempre qualcosa nella religione che sfugge al controllo sociale maschile.

Rita Gross considera “un dono” il piccolo pantheon buddhista femminile ancora in atto, per il quale non è necessaria un’operazione di riscoperta o di reinvenzione: tra queste donne illuminate, semidivine, la più famosa è Tara (10).

Il buddhismo, per l’autrice, ha il grosso vantaggio di non presentare una divinità maschile come dogma di base. La positività della mancanza di un dio maschio è vista sotto vari aspetti: non è su fondamenti teologici che un buddhista maschio può difendere i suoi privilegi di genere. Se un buddhista insiste nel difendere questi privilegi, è chiaro che lo fa perché li desidera. Ma questo lo pone in una posizione inaccettabile per un buddhista: egli deve infatti lasciar andare questi privilegi, se vuole essere credibile.

Si può obiettare che una soluzione, molto diffusa, consiste nel fingere di non vedere i propri privilegi, fare come se non ci fossero, accusare le donne che portano il discorso su questi argomenti di essere meschine, avide, non interessate alla liberazione, ecc. Viene infatti detto alle donne, se non si adattano al loro ruolo e protestano, che in tal modo creano karma negativo, che peggiorerà ulteriormente la loro condizione presente e futura.

La minaccia per cui una donna che protesta rinascerà come donna, ci sembra ridicola, ma può far ridere solo gente molto lontana da una situazione di oppressione concretamente vissuta. Allo stesso modo, è ridicola e amara la soluzione offerta per migliorare il mondo: eliminare le donne con una nascita migliore, cioè come uomini.

Scrive Gross:

«Il femminismo vorrebbe risolvere questo problema non eliminando le donne ma le condizioni, e in particolare i privilegi maschili che rendono la condizione femminile un ostacolo» (11).

Lasciando da parte gli abusi che in passato sono stati giustificati con la teoria del karma, l’autrice con molta efficacia dice che non si può più «dare licenza di contribuire alla miseria altrui» (12).

Il tono profetico conduce Rita Gross, a questo punto, ad esaminare il concetto di “oppressione”, del tutto estraneo alla cultura buddhista.

L’androcentrismo

Malgrado tali pesanti annotazioni, l’autrice pensa che tutto sommato solo il concetto di karma è stato usato esplicitamente per giustificare la dominanza maschile. Sente però che un mutamento nel rapporto tra i sessi è urgente: gli attuali schemi di comportamento dei sessi causano troppa sofferenza per essere sopportati ulteriormente (a mio avviso nel buddhismo zen si può trovare questa urgenza, qualcosa di simile alla voce profetica richiesta da Rita Gross).

Il dharma stesso, cioè l’insegnamento buddhista, rischia di invalidarsi se non chiarisce i ruoli sessuali. Lo stesso concetto di io e non io, centrale nel pensiero buddhista, va rivisto e ridefinito come un problema maschile perché molte donne «hanno bisogno di più io, di maggiore autostima, non di meno io» (13).

Le donne sono state infatti defraudate del proprio io a favore di un ipertrofico io maschile, il quale ha ridotto le donne ad “altro da sè”, come ha ridotto ad altro da sè tutto il mondo.

Le donne, osserva ancora Gross, sembrano viversi meno staccate dagli altri, sono più consapevoli delle relazioni.

Ricerche e conclusioni analoghe, le riscontriamo anche negli scritti di studiose italiane. Va osservato che si tratta di ricerche che per le donne erano impossibili fino all’altro ieri, mancando la possibilità di studiare, ma anche di fermarsi, di meditare. Solo negli ultimi anni si sono create le condizioni per cui le donne possono anche modificare una tradizione secondo i propri bisogni.

La sessualità

Rita Gross mette in evidenza come nel buddhismo la rappresentazione del corpo femminile sia frequente, sacralizzata e ritualizzata. Le caratteristiche femminili non sono minimizzate(come avviene, per esempio, nella rappresentazione cristiana della Madonna): malgrado la centralità del monachesimo, il buddhismo non ha mai considerato la sessualità come un evento in sé negativo(l’unione sessuale è anzi spesso usata come il più alto simbolo del non dualismo).

Va ribadito però che questa presenza della rappresentazione del corpo femminile non significa che il buddhismo sia esente da una visione androcentrica e patriarcale: l’autrice confessa di essere stata a volte esasperata dall’ennesima ripetizione, anche nella liturgia buddhista, di un pronome maschile o di un’immagine maschile.

Ma ecco che il rimedio a questo androcentrismo viene dalla stessa impostazione buddhista. Analogamente a quanto già osservato a proposito dei ruoli sessuali, Gross annota che è in accordo con la visione buddhista considerare lo stesso patriarcato come un fenomeno impermanente, che appare e scompare. Il patriarcato è emerso relativamente tardi nella storia e non può essere considerato come condizione permanente dell’esperienza umana.

L’occidente

E’ solo da poco di più di una ventina d’anni che il buddhismo è diventato un fenomeno così importante in occidente. La diversità più notevole fra il buddhismo d’oriente e quello d’occidente è che in quest’ultimo c’è stato un massiccio coinvolgimento femminile: avviandosi verso la conclusione, l’autrice propone di sostituire alla frase “il dharma non è ne maschio né femmina” la frase “il dharma è sia maschio che femmina” (14).

Il monachesimo, che è considerato dall’autrice una causa dell’esclusione delle donne dalla pratica, nel contesto occidentale sta quasi sparendo come condizione considerata valida per tutta la vita: si tende a vederlo ora come una condizione temporanea ed eccezionale, da sperimentare in periodi ben definiti, in cui si studia e ci si applica con tutte le forze disponibili.

Pioniere e profetesse: le yogini

La figura della yogini non è facilmente definibile, anche perché non esiste l’analogo in occidente. La yogini non è né monaca né laica (non sarebbe forse fuori luogo un paragone con le beghine e la loro libertà dai ruoli). La yogini aborrisce le convenzioni sociali, soprattutto la gerarchia e il puritanesimo. Molte yogini vivono con un partner con cui condividono la ricerca spirituale. Possono essere le portatrici di una nuova visione, e viene elogiato il loro anticonformismo. Hanno delle vedute non convenzionali e hanno il coraggio e l’energia di creare un nuovo universo. Le yogini spesso vivono una vita difficile. Quelle del passato sono glorificate, quelle del presente non lo sono per niente. Gross è convinta che l’esistenza di ruoli femminili positivi e autorevoli nel buddhismo sarà d’aiuto a molte donne e anche agli uomini:

«vedere una donna sedere sul trono del guru, insegnare il dharma e conferire iniziazioni e benedizioni, sarebbe molto efficace e trasformatore per entrambi i sessi» (15).

Il rinoceronte

Gross afferma di essersi convinta della centralità del sangha (16), anche per il suo passato e presente di femminista. A suo avviso al sangha non viene data l’importanza che gli spetta e viene invece eccessivamente elogiata la solitudine, perché si agisce in una società che elogia l’autonomia (o una finta autonomia) maschile. Così viene troppo citato e preso a modello il passo “sii solo come un rinoceronte”.

Osservo che per chi si è avvicinata/o al buddhismo, qui in Italia, attraverso l’insegnamento di Corrado Pensa e maestre/i da lui consigliati, questa critica di Gross risulta poco pertinente. L’importanza del sangha non viene assolutamente sottovalutata nella corrente vipassana italiana.

Il sangha - scrive Gross - è “la matrice del dharma”. Il dharma non può essere praticato in un vacuum. Ma l’autrice arriva alla conclusione che il sangha viene inteso normalmente secondo un’accezione troppo ristretta, cioè come comunità di monaci maschi che vengono aiutati materialmente e supportati psicologicamente dai laici, che hanno meno importanza.

Ignorare l’importanza del rincuorarsi reciproco, del sostegno emotivo, del conforto psicologico, è tipicamente maschile. La romanticizzazione della solitudine è il frutto di una società ipermascolinizzata. L’autrice pensa che l’importanza del sangha sia stata inficiata dall’ideologia di una società androcentrica, e riporta passi delle scritture buddhiste in cui si afferma che, al contrario, «senza il sangha, noi non abbiamo nessun punto di riferimento... siamo perduti»  (17).

Secondo l’autrice, molti buddhisti tendono a rimuovere tutti i benefici che hanno ricevuto e ricevono dalla comunità: ma senza una comunità essi potrebbero essere dei pazzi o dei delinquenti.

Sacralità della vita quotidiana

Le questioni domestiche, cui il buddhismo non ha mai prestato molta attenzione, andrebbero viste come questioni di natura spirituale, avrebbero bisogno di ricevere molta attenzione nel pensiero buddhista formale, dovrebbero essere affrontate come questione buddhista «piuttosto che semplicemente come una faccenda secolare o laica» (18).

L’autrice esprime la necessità di individuare il nucleo comune, originario, di ogni esperienza sacra, mettendo a confronto culture molto diverse tra loro: per esempio il giudaismo classico, in cui un codice stabiliva i gesti quotidiani più minuti, li sacralizzava e spiritualizzava. Il mangiare e la pulizia erano oggetto di questi rituali. Queste attenzioni, intensificate, avevano il loro culmine nel giorno del Sabato. Anche presso i sioux c’è un’attenzione cauta ai gesti e agli oggetti più umili:

«noi sioux occupiamo molto tempo a pensare alle cose quotidiane, che nella nostra mente sono mescolate alla spiritualità. Noi vediamo nel mondo intorno a noi molti simboli che ci insegnano il significato della vita» (19).

In una tale visione l’ordinario e lo spirituale si compenetrano, si fondono, anziché opporsi l’uno all’altro.

Rita Gross annota di nuovo che questa armonia di quotidianità e spiritualità è in certo modo compromessa dal fatto che nel buddhismo il monachesimo è stato visto come la vera “carriera”, la via spirituale privilegiata: da ciò sorge una serie di fratture culturali e di problemi, tra i quali appunto una mancanza di attenzione verso i laici.

Questa disattenzione, data in certo modo per scontata nel buddhismo orientale, crea un problema a contatto con le donne occidentali che si avvicinano alla pratica. Le donne laiche istruite che entrano con la loro vita di madri, casalinghe, lavoratrici, nel buddhismo, pongono quesiti del tutto nuovi. Le giovani donne che cercano di fare pratica con i propri figli spesso sono frustrate dal fatto che la loro esperienza non è riconosciuta come valida da chi non la conosce affatto. Le donne che vedono come la loro esperienza sia irrilevante per dei maestri cresciuti in modo estraneo al loro, “si sentono turbate e confuse”. Tutto ciò che riguarda il ciclo mestruale, la riproduzione, il corpo femminile, solo raramente viene preso in considerazione, e, quando ciò avviene, osserva Gross, si tratta di formulazioni generiche e poco utili, provenendo appunto da chi non ne ha fatto esperienza. In particolare è tabù il lavoro di cura dei bambini. Se si parla di bambini, accade che venga proposta una identificazione con i bambini, con riguardo a ciò che è bene per loro... a ciò che li aiuterà un domani... ma quasi mai si prende in esame ciò che è bene per i genitori attuali.

Del resto, come già detto, la pratica del dharma da parte delle donne con figli è molto recente, e viene fatta con gli uomini, secondo modalità riservate, fino a pochi decenni fa, solo agli uomini. Le donne coinvolte dal buddhismo cominciano solo ora ad articolare le loro esperienze e le loro riflessioni.

E’ ovvio, continua Gross, che tutte le realizzazioni dei due principali filoni del buddhismo attuale, il tibetano con i suoi grandi monasteri-fortezza, e il giapponese con i suoi splendidi curatissimi giardini, sono impensabili “se ci mettiamo dentro dei bambini”. E’ perciò necessario passare a un buddhismo rinnovato, post-patriarcale:

«Non si può più continuare a pensare che il monaco che fa del giardinaggio sta praticando mentre il laico che fa la stessa cosa non sta praticando» (20).

La riconcettualizzazione femminista porta a considerare sacre, spiritualmente significanti, molte cose viste come ordinarie dalla tradizione religiosa patriarcale.

Gross comunque non nega che “il sospetto” di molte religioni verso la vita ordinaria abbia delle giustificazioni, in quanto l’ordinario tende facilmente diventare meschino, distraente o indulgente.

Eroi e dubbi

La scelta originaria del monachesimo (e più ancora la contaminazione del monachesimo buddhista con l’ascetismo anacoretico orientale, nonostante la scelta non ascetica del Buddha) porta Gross a interrogarsi su quello che chiama “il tipo di eroe” presentato dal buddhismo: questi uomini estremi, che vivono per decenni soli in una caverna, sono davvero da emulare?

«Io trovo difficile apprezzare alcuni dei metodi utilizzati da persone considerate illuminate, anche se mi dicono che hanno condotto alla meta chi li ha praticati... queste pratiche sono necessarie? Sono adatte a tutti? Perché sono proposte e ammirate? Perché tanta gente sembra pensare che pratiche così disumane possono portare all’illuminazione?» (21).

Ancora: la riflessione su certi metodi estremi della pratica conduce l’autrice a porsi quesiti più ampi, per esempio sulla religiosità intesa come preparazione alla morte, che sta alla base di alcuni atteggiamenti e pratiche buddhiste: è davvero la morte il maggior evento della vita?

L’autrice pone un’istanza critica, afferma che non si può pensare che i leader abbiano ragione sempre e comunque e dubita che la meditazione, che può essere di aiuto per molte persone, sia assolutamente necessaria (si riferisce, ovviamente, alla meditazione nella pratica formale, o meglio alla sua esasperazione individualistica).

La morte

Gross fa proprio il punto di vista di molte pensatrici femministe, per le quali la tendenza delle religioni a trovare la vita molto insoddisfacente deriva in sostanza da una valutazione patriarcale, e per le quali una migliore analisi anche degli aspetti bui e dei limiti, può aprire alla gioia e alla soddisfazione.

Non c’è comunque, va ribadito, un ripudio del buddhismo, ma piuttosto l’espressione di una forte esigenza di correzione; non viene negata l’importanza di una disciplina spirituale lunga e regolare, ma viene sottolineato che essa non può essere tutto ciò che ci serve nella vita.

Rita Gross precisa efficacemente il suo pensiero sulla meditazione formale raccontando un momento cruciale del suo vissuto personale:

«A quindici pagine dalla fine di questo manoscritto, il mio compagno è morto, il compagno che mi ha aiutato anche in questa occasione» (22).

L’autrice non accettò di fare pratica formale, come le suggerivano gli amici maschi:

«Ho detto questa è ora la mia pratica, questa è la mia vita. L’esperienza mi ha trasformato più della pratica buddhista, ma senza la pratica buddhista non avrei saputo come usare questa occasione per trasformarla» (23).

Rita Gross, dopo tale esperienza, si convince quindi che la pratica formale, se può sembrare innaturale, non può comunque essere respinta come un prodotto maschile di stile dualistico. E tuttavia

«le discipline spirituali non dovrebbero essere usate per distanziare dall’aspetto vivo e vibrante del momento» (24).

e.f. [Elena Fogarolo]

1) Rita Gross, Buddhism after Patriarchy - A feminist History, Analysis, and Reconstruction of Buddhism, State University of New York Press, 1993, p.166.
Traduzione delle citazioni dal testo inglese a cura di Elena Fogarolo.

2) Gross, p.17.

3) Questo lavoro di ricerca è stato svolto per esempio anche dalle donne ebraiche. Gross tuttavia parla soprattutto del lavoro delle donne cristiane: è studiosa di cristianesimo, oltre che di buddhismo, e con le donne cristiane ha compiuto un lungo cammino. L’autrice è stata fortemente incoraggiata, all’inizio dei suoi studi sulla religione delle donne, da Mircea Eliade: «tu stai vedendo delle cose in questi materiali che io come uomo probabilmente non vedrei» (p.292).

4) Gross, p.77.

5) Nel film Piccolo Buddha di Bertolucci questo maschilismo viene corretto: dopo la morte di un lama la scelta cade contemporaneamente su tre piccoli Buddha, di cui una è una bambina.

6-7) Gross, p.74. 8) Il buddhismo di Gross può essere accostato a quello che in Italia si chiama “buddhismo impegnato”, e che viene identificato per lo più con il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, distintosi per l’attivo pacifismo.

9) Gross, p.135.

10) Su Tara, cfr. La mitica liberatrice, tratto dal libro di Sylvia Wetzel Das Herz des Lotos - Frauen un Freiheit (Il cuore del loto - Donne e libertà), Miopia n.34, Luglio 1999.

11) Gross, p.144.

12) Gross, p.145.

13) Gross, p.161.

14) Gross, p.222.

15) Gross, p.254.

16) Sangha è il nome della comunità buddhista, sin dai tempi del Buddha. Il nome viene oggi esteso anche alla comunità di praticanti non monaci.

17) Gross, p.264.

18) Gross, p.258.

19) Gross, p.270 (citazione da Lame Deer: Seeker of Visions).

20) Gross, p.278.

21) Gross, pp.281-282.

22-24) Gross, p.286.

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