Questo romanzo autobiografico è stato scritto nel 1972, quando l’autrice aveva ventisette anni. Un contenuto cruciale della narrazione è l’internamento in una casa di cura, subìto da Simonetta all’età di vent’anni, quando venne rinchiusa tra i “matti”. L’episodio, cui già alludono le citazioni di Lewis Carrol in apertura, nel corso della narrazione viene prima preannunciato, poi raccontato direttamente e poi ancora rievocato: il fulcro di un’esistenza.
Non siamo davanti a una pazza pentita, o rinsavita, o in qualche modo recuperata. Di quel che pensava quando la etichettavano come pazza, Simonetta non rinnega nulla.
Il libro non “spiega” niente. Mostra solo con parole giovani, freschissime, un percorso di vita agli inizi: la gioia dell’infanzia a Venezia, l’amore per la sorella e il fratello, le ombre dei genitori, la malinconia della madre, il padre burbero che per fortuna di tutti è quasi sempre “imbarcato” (e la bambina non sa neanche precisamente cosa ciò voglia dire, oltre al fatto che il padre è fuori dai piedi).
Luci ed ombre, un’infanzia tutto sommato normale; ma il mondo le crolla all’età di otto anni, quando muore la mamma. I parenti materni avrebbero tenuto volentieri i bambini con loro, ma il padre si oppone: non trattiene i bambini con la forza, ma mettendoli di fronte al dilemma con me o con i parenti?
«Come risolversi infatti a dire, a quell’uomo solo triste e corrucciato, che noi preferivamo senz’altro i parenti materni? Non c’era, al di là della preferenza, un nostro dovere verso di lui?».
Così inizia per Simonetta una vita di sbandamento.
«Con nostro padre trascorremmo alcuni anni di grande isolamento, del tutto alla mercé della sua tirannide, dei suoi malumori, della sua disperazione».
Con i fratelli, Simonetta aspetta che il padre esca, per fare un po’ di baldoria, per trovare un po’ di amorosa felicità.
«Quando il nemico s’allontanava, ci mettevamo a turno di vedetta alla finestra per non farci sorprendere dal suo ritorno».
Ma il tiranno è furbo. Un giorno finge di uscire e in realtà rimane in casa per sentire cosa fanno i figli mentre lui è lontano:
«Aveva finto di uscire sbattendo la porta sulle scale solo per spiare come ci comportavamo in sua assenza. Ci fu una scena tremenda. Io, che in quel periodo ero in auge, caddi da un’altezza vertiginosa: “Anche tu! anche tu! Da te non me lo sarei aspettato...” A questo amaro “tu quoque” io non reggevo, ero disperata. Squassata dai singhiozzi, sentivo quella tragedia come irreparabile».
Sarà la sorella, di qualche anno maggiore di Simonetta, a portare consolazione e pace. Ma i fratelli se ne vanno presto, ognuno in cerca della propria vita. Simonetta resta sola.
Quando Simonetta ha undici anni, il padre porta la famiglia ad Ancona, dove i parenti materni possiedono un’antica casa nella parte vecchia della città.
Qui, in riti di solitudine esasperata, si consuma l’adolescenza di Simonetta. Che sogna solo di andarsene. Ma quando verrà il momento tanto atteso di partire per Bologna, si accorge che non è quello che attendeva. Parte comunque e l’anno seguente, dopo aver sperimentato l’amore, scoppia la “grande crisi”:
«ormai non restava che fare una verifica circa “l’amore”, quello di cui si diceva che dava un senso alla vita. Cos’era mai l’amore? Cos’era il gioco ingenuo e crudele nel quale, circa un anno dopo, ormai partita da Ancona, mi sarei lasciata coinvolgere; abbandonandomi ora al disincanto, ora a una confusa speranza, ora a una feroce volontà di autodistruzione? Non era l’amore, era la realtà. In essa, e nella delusione corale che l’accompagnò, sarebbe andata a schiantarsi la mia tensione di anni».
Il quinto capitolo, Ambarabà, narra in poche pagine la grande crisi.
«La notte in cui impazzii dichiarai di essere dio. Venni schiaffeggiata e morsi. Con tutta la mia volontà cercai di morire, cioè di trascendere, di essere, finalmente».
«Compii vent’anni in Casa di Cura...»
Simonetta non cambia idee, non si ravvede; ma si rende conto di essere capitata in una vita di qualità ancora inferiore:
«La realtà continuava il suo corso oltre le pareti della Casa di Cura, al di là delle mura del giardino, al di là del cancello che s’era chiuso alle nostre spalle. Ora che ne eravamo stati espulsi, il gioco della realtà, per insensato e feroce che fosse, pareva perfino desiderabile a noi bambini cattivi e tristi che non avevamo saputo accettare le sue regole».
Il libro si chiude con pagine di cauta speranza: una visita ad Ancona dopo il terremoto pare permettere a Simonetta di immergersi semplicemente nel dolore degli altri, di vivere in comunione. Questo intenerimento la porta a sperare in un futuro in cui sarà diversa:
«Fino ad allora in fondo non c’erano stati che atteggiamenti negativi: il rifiuto, la ribellione, le astensioni. Ma ora che non mi appartenevo più, che il passato personale cedeva lasciandomi nudo il senso d’esistere, provavo per il mio destino una spassionata curiosità».
E così finisce il libro. Libro di una ragazza di ventisette anni: e su questo dato insisto non tanto per creare una ulteriore fugace immagine di enfant prodige, ma perché la giovane età permette all’autrice di descrivere l’infanzia e l’adolescenza da una distanza ravvicinata.
Il linguaggio è sovente ingenuo, e i termini filosofici a volte usati poco a proposito, come può accadere quando si parla di se stessi e si è in preda alla sofferenza.
La parte riguardante l’infanzia è stilisticamente perfetta, così rievocativa dell’atmosfera familiare, con quel padre “normalmente” tirannico, l’accordo tra fratello e sorelle e i trucchi cui essi ricorrono per gustare, malgrado le crepe, la vita.
Il resto del romanzo è più spezzato, e, alla luce dei criteri d’oggi, che pretendono un editing levigatino fino all’insulsaggine, alcune parti possono risultare un po’ sconnesse. Ma che vuol dire? Il romanzo comunque non annoia mai e quello che dice, anche se non perfettamente in regola con i canoni estetici in vigore, tocca il cuore.
Il soggiorno ad Ancona è descritto in un modo che viene da dire visionario: tramonti e solitudine, scuola e solitudine, strade e solitudine.
Queste adolescenze di furiose camminate sono state un topos femminile di tantissime ragazze: fuggire da casa, da scuola, e camminare per la città. Più in là non si poteva andare, si era disturbate, molestate, non cose gravi, bensì cose che interrompevano la malìa, la continuità di una sorta di contemplazione religiosa.
Simonetta, oltre alla sua storia personale, offre quindi anche il ritratto di una generazione femminile: non tanto per la rievocazione di fatti esterni (del ’68 non c’è traccia) ma per quella di eventi intimi, o circoscritti al privato. Questo vale anche per il suo modo di affrontare l’amore, da liceale, ma da liceale che legge davvero letteratura e che trascura un particolare, quello di non essere un uomo, ma una donna: ciò che nei libri dei maschi ha nome amore, è qualcosa che conduce Simonetta agli elettroshok.
Il ricovero in casa di cura, gli elettroshok sono il marchio che la distinguono: sei stata pazza, sei ancora un po’ pazza, sarai sempre pazza, hai la tendenza ad essere pazza...
Il successo professionale che, siamo informati dal retro di copertina, raggiunge l’autrice prima dei trent’anni, non è balsamo adeguato a una ferita il cui focolaio d’infezione arde per altri motivi.
E.F. [Elena Fogarolo]
(Simonetta Giungi muore suicida a Londra nel 1985)