Evelyn Fox Keller
In sintonia con l’organismo
La vita e l’opera di Barbara McClintock
Quando ho sfogliato il libro In sintonia con l'organismo , la biografia di Barbara McClintock scritta da Evelyn Fox Keller pubblicata in Italia dalla casa editrice La salamandra (1), sono stata colpita innanzi tutto dalle foto di Barbara.
Eccola infatti, nei primi anni Venti, in una foto “ufficiale” (rif.1), e poi nel giardino dei genitori, sciolta, sorridente, radiosa (rif.2). E nel ’29, insieme con i colleghi di ricerca (rif.3), con tanto di pantaloni alla zuava (le gonne, scoprirò poi leggendo il libro, le davano fastidio nelle sue ricerche sul mais): rilassata, gradevole, come se la foto fosse stata scattata oggi, quando tutte le donne usano abitualmente i pantaloni. E poi, eccola anziana, che pare una santa monaca tibetana (rif.4). Scorrere queste foto mi ha suscitato forti aspettative verso il libro, aspettative che non sono certo state deluse.
Barbara, come in genere tutte le pioniere, ha un carattere introverso, insulare. Fin da bambina vive molto da sola. Molto sola non vuol dire però sempre sola: le piace giocare ai giochi dei maschi.
Se pensiamo che nasce nel 1902, comprendiamo quanto sia straordinario che la madre abbia acconsentito a farle fare dei pantaloni da indossare sotto la gonna dello stesso tessuto, perché potesse scatenarsi meglio. I genitori, che l’avevano chiamata Eleanor, la ribattezzano Barbara, nome che sembra loro più intonato con l'irruenza della bambina.
Rimanendo ancora sulle foto, devo dire che questa giovane donna con gli occhiali mi ha ricordato subito un’altra donna con gli occhiali, quasi coetanea della McClintock, e che ebbe una madre altrettanto aperta e incoraggiante: Simone Weil.
Due donne, entrambe “strane”, entrambe poco femminili in senso convenzionale. Ma per Barbara tutto è naturale, mentre Simone deve pagare fino alla morte le sue scelte. Sono entrambe intelligenze anomale. Intuitive, hanno una mente che permette scorciatoie non praticabili da altri. Entrambe “sanno” delle cose: le sanno, ma spesso non sanno spiegarle. Destinate a essere sole. Barbara ha avuto la fortuna di scegliere una professione connaturata al suo carattere: pur inserita nella struttura universitaria, poteva trascorrere molto tempo da sola (ma si può proprio chiamare solitudine quel suo stare ore e ore con le proprie piante di mais, di cui conosceva ogni segreto e cui tornava ogni giorno con intatta curiosità?). Simone Weil all’apparenza fu meno sola: le alunne, gli operai, i preti. Ma non ebbe mai una struttura in cui inserirsi davvero: Simone, si potrebbe dire, stava fin troppo con gli altri, a lasciarsi deridere dagli altri, a farsi distruggere dall’incomprensione.
Barbara fu una scienziata, e la scienza, come dice la Keller verso la fine del libro, è una disciplina sana.
Sana, ampia, tollerante.
Barbara McClintock presentava varie “stranezze”, quando volle entrare nel mondo accademico: era una donna, innanzi tutto, e a quel tempo negli USA le donne potevano entrare solo marginalmente e in ruoli subordinati nelle università; inoltre aveva uno strano carattere, ma ancor più, come accennato sopra, una anomala struttura mentale. Ma la sua diversità intellettuale fu probabilmente anche la sua salvezza. Come dice la Keller:
«lei stessa ha difficoltà a spiegare come “sa” quello che sa. Ricordando i limiti del ragionamento esplicito basato sulla parola, sottolinea l’importanza di quello che lei definisce entrare “in sintonia con l’organismo”, con un linguaggio che potrebbe ricordare quello dei mistici. Ma come tutti i bravi mistici, insiste sul massimo rigore critico e, come tutti i bravi scienziati, la sua conoscenza emerge dal completo assorbimento, al limite dell’identificazione, nella materia della sua ricerca». «In cambio dell’investimento emotivo ed intellettuale che lei vi riversava, quella vita le forniva numerose fonti di soddisfazione, che la compensavano per la frustrazione che riceveva in altre sfere della sua esistenza. Le offriva, come disse una volta Einstein, quella “pace e serenità che non si riesce a trova dentro ai confini della caotica esistenza personale”».
Leggere la vita di Barbara McClintock è anche ricevere una straordinaria lezione di metodologia scientifica:
«la natura dello sguardo, nella scienza come in qualsiasi altro campo, non è qualcosa che si presti ad una chiara definizione. E quasi tutti i grandi scienziati, quelli che imparano a coltivare la capacità di guardare, imparano anche a rispettarne il misterioso funzionamento».
Queste parole sono, ad essere precisi, di Evelyn Fox Keller, non di Barbara: ma la Keller, nello stendere questa opera, si è talmente calata in Barbara, annullando se stessa o meglio usando tutta se stessa per tradurre l’altra individualità, che ne assume in modo straordinario la visione. Questo esercizio di “servire” un’individualità riconosciuta come più grande, la maestra, colei che viene prima come generazione, non è cosa comune nella storia delle donne, il cui io è usualmente così soffocato, da non poterlo mettere in gioco in opere grandi.
Eppure il servire il maestro è una delle tappe iniziatiche, in tutte le culture, nella vita dei santi e degli eroi: solo dopo essersi annullati nell’amore di un’altra persona, ci si può senza vanaglorie, senza false modestie e senza presunzioni, occuparsi di sé. È quindi con gioia riflessa che la Keller rievoca la gioia di vivere della sua maestra, riportandone queste parole:
«non mi venne mai in mente che avrei potuto trovare un ostacolo. Non che avessi già la risposta, ma avevo la gioia di starmi avvicinando ad essa. Quando si vive questa gioia, si riesce anche a fare passi i giusti negli esperimenti. È il materiale stesso a indicare la direzione, e ogni passo mostra quello che sarà il successivo, perché si entra a far parte di uno schema completamente nuovo che si apre nella mente. Non segui nessuna vecchia traccia; e hai la certezza di quella nuova. Lasci che tutto quello che fai si conformi a questo. E non c’è niente da fare, perché tutto a mano a mano combacia. Quindi non ebbi difficoltà».
Questo procedimento intellettuale, che fu crescita, gioia e anche riparo per Barbara, mostra una volta ancora l’importanza del simbolo: Barbara rimase quasi sempre negli stessi luoghi, era legata come un agricoltore al suo campo di mais. E, proseguendo nella lettura, seguendo le facili spiegazioni genetiche della Keller, questo mais diventa una specie di persona, un genio, un alter ego. E ti fa pensare alle cultura indiane dove si avevano fratelli vegetali: il campo di mais con cui Barbara era strettamente in sintonia, che le causava gioie così intense e paniche da poter essere definite mistiche, è la sua alterità, quindi l’impossibilità della solitudine, la quotidiana conferma dell’ordine del mondo. Conferma che per Simone Weil mancò nel quotidiano o, se ci fu, fu solo eccezionale.
Barbara è come un marinaio nella tempesta, che deve tenere la rotta, che sa dove sta andando: si può definirlo solo, quel marinaio? Ha il mare, ha il vento, le correnti, una tradizione, un mestiere, una meta. Così la Keller racconta questa tensione:
«Più i dati si facevano complessi e confusi, più diventava essenziale avere un punto di riferimento che rimandasse costantemente alla direzione da tenere e costituisse la zavorra sufficiente a mantenere la rotta. Il punto di riferimento le era fornito [a Barbara] dalla sua convinzione profonda e la zavorra dalla sua straordinaria dose di fiducia».
A Barbara non mancarono i riconoscimenti umani, soprattutto quelli delle menti più grandi del suo tempo. Le capitò però anche, nel 1956, di non riuscire a far capire i risultati del suo nuovo lavoro:
«fu proprio una sorpresa che non riuscissi a comunicare; fu una sorpresa essere messa in ridicolo, o sentirmi dire ch’ero proprio matta. E fu necessario un raggiustamento».
Keller non sottovaluta il dolore di questa ulteriore solitudine:
«La presenza di alcuni amici, alleati, ammiratori e persino colleghi di lavoro non era sufficiente a controbilanciare l’esperienza di rifiuto da parte della stragrande maggioranza dei suoi colleghi. Se McClintock era già stata fisicamente isolata anche prima -lavorando da sola, senza il beneficio di studenti, giovani laureati, o colleghi in contatto diretto - tuttavia le era sempre stato possibile mantenere un dialogo con i genetisti dell’intero paese [...] Si ritirò ancor di più nel suo lavoro, protetta solo dalla “consapevolezza interiore” di essere “sulla strada giusta”, diventando sempre meno incline al confronto con un pubblico potenzialmente ostile, e persino alle visite di colleghi poco comprensivi [...] la sua famosa lingua tagliente ora la usava per proteggersi ogni qualvolta ne sentiva il bisogno».
La solitudine di McClintock fu dovuta al suo essere in anticipo? Al fatto che era donna? A mio avviso, anche alla sua non comune moralità:
«La sfida che i ricercatori in ogni campo devono accettare è quella di liberarsi dagli ostacoli invisibili delle loro assunzioni tacite: solo così facendo i risultati dei loro esperimenti possono svelarsi pienamente. “La mia impressione è che un sacco di ricerca viene fatta perché si vuole imporre una risposta” dice McClintock. Hanno la risposta già pronta e sanno benissimo che cercano il materiale che dia proprio quella risposta”. Qualunque altra cosa emerga dagli esperimenti «non la riconoscono o pensano che sia un errore e la scartano... Se solo lasciassero parlare il materiale...”».
Nel capitolo finale che dà il titolo a tutto il libro, la Keller, soddisfatta del suo lavoro di divulgatrice, tira un sospiro di sollievo e si lascia andare ad una sorta di canto ammirativo. Questo capitolo andrebbe citato per intero per la chiarezza, la tensione, la limpidezza. Per l’innocenza.
Quelle che seguono sono parole di McClintock, riferite da Keller:
«“Perché sappiamo? Perché potevo essere così sicura di qualcosa, quando non potevo dirlo a nessun altro? Non mi sentivo sicura in modo vanaglorioso; ero sicura in quello che chiamo un modo completamente interiore” [...] “Cos’è l’estasi? Io non capisco l’estasi, ma ne godo. Quando ce l’ho. Raramente”.
In qualche modo Barbara ha sempre avuto, scrive Keller
“un senso fortissimo per l’unità delle cose. Fondamentalmente, tutto è uno. Non c’è modo di tirare una riga tra le cose. Quello che noi di solito facciamo è creare queste suddivisioni, che tuttavia non sono reali. [...] Penso che forse i poeti - benché io non legga poesia - capiscano qualcosa di questo”. Il compito descrittivo fondamentale, sia per gli artisti che per gli scienziati, è quello di “dare un’anima” a ciò che si vede, di attribuirgli quella vita che ci accomuna ad esso: e questo si apprende attraverso l’identificazione”».
Riporto, per chiudere, una citazione di Keller da Einstein:
«...solo l’intuito, basato sull’intelligenza comprensiva, può portare a queste leggi;... lo sforzo quotidiano non viene da un’intenzione precisa o da un programma, ma direttamente dal cuore».
Elena Fogarolo
1) Il libro è citato, nell’ordine, alle pagine 143, 130, 153, 154, 170, 171-172, 213, 238-239, 235.