L’area culturale celtica comprende l’Irlanda, il Galles, la Scozia e la francese Bretagna, luoghi una volta abitati dai Celti, popolo “magico”, che conosceva ancora le piante, le pietre, le acque.
La “Dea Bianca” è una delle tante rappresentazioni - o uno dei tanti nomi - della Dea Madre, divinità originaria e potente, legata alle stagioni, alla luna, alle mestruazioni: insomma, al ciclo vitale, con i suoi aspetti di nascita, maturazione, eclissi (morte) e ri-nascita.
Robert Graves, nel suo libro La Dea Bianca, ricollega tale denominazione alla dea greca Demetra (onorata spesso come “cavalla bianca” o “cinghiala bianca”) e alla dea romana Cardea, divinità “dei cardini”, della soglia, la cui pianta sacra era il biancospino. Graves s’inoltra nel labirinto delle etimologie e ne esce con un mucchio di radici, come appunto cardo, “cardine” (per lui Cardea ha a che fare - tra l’altro - con la versione femminile di Giano bifronte), ma anche kerdos e kerdeia, parole greche che rimandano all’arte del fare e del poetare. Cerdo in latino è l’artigiano, Cerdo in spagnolo è il maiale (Demetra, la “cinghiala - cioè la maiala selvaggia – bianca”!).
E non finisce qui.
Una figura mitologica conosciutissima nei paesi anglosassoni è Cerridwen, dea-strega che cuoce nel suo calderone il brodo della vita.. Il nome Cerridwen è formato da due parole, wen, che significa bianco, e cerrd, che in gallese e in irlandese significa cognome o l’arte del poetare. Ne consegue, secondo Graves, che Cerridwen è la Bianca-Cinghiala-Facitrice-Poeta, la dea che ha “partorito” i paesi anglosassoni. Non dimentichiamo che l’Inghilterra viene chiamata Albione (albo = bianco) e che, nella leggenda, fu fondata dalla dea Albina; Albina e Cerridwen sarebbero quindi la stessa cosa. Graves richiama poi l’attenzione sulla parola “elfo”, imparentata con Alphito, la Dea Bianca di Argo, antica città greca.
E qui ci fermiamo, per non perderci oltre in suggestioni semantiche, ma anche perché il termine “elfo” ci riaggancia al nostro tema, “Le fiabe celtiche e la Dea Bianca”.
Le saghe, le fiabe, i miti di area celtica brulicano di elfi, gnomi, fate, che tutti insieme formano il cosiddetto “Piccolo Popolo”. Figura centrale è la regina degli Elfi, bellissima, potentissima, pallida e remota; la notte di Halloween la si può incontrare alla testa di un lungo, spettrale corteo di cavalieri. Halloween è la notte delle notti, la notte in cui la soglia fra il Regno dei Morti e il Regno dei Vivi non è più custodita, la porta è aperta: un ricordo matriarcale, la celebrazione della continuità fra morte e vita. Arrivate/i a questo punto, sappiamo benissimo che la Regina degli Elfi delle fiabe celtiche è la Dea Bianca, Alphito, Demetra, Cardea, Cerridwen.
E scusate se è poco!
Vogliamo dare uno sguardo un po’ più da vicino? Prendiamo una fiaba scozzese, “Thomas il rimatore”. In Italia la si può trovare nel libro Elfi e streghe di Scozia (1) .
La riassumerò brevemente. C’era una volta, nel villaggio di Ercildourne, un uomo chiamato Thomas Learmont, che si distingueva dagli altri abitanti della zona per la sua eccezionale abilità nel suonare il liuto. Un giorno Thomas decise di far visita a un contadino che viveva dall’altro lato della collina. Lungo la strada, però, si fermò a riposare sotto un grande albero; gli parve allora di sentire lo scroscio d’un ruscello. Si voltò, e vide una donna bellissima, vestita d’un verde come quello dell’erba, che cavalcava un destriero bianco come il latte; alla criniera era attaccato un campanellino, il cui tintinnio Thomas aveva scambiato per lo scorrere di un rivo. La dama, smontata da cavallo, gli chiese di suonare il liuto per lei, e, a desiderio esaudito, gli offrì una ricompensa. Thomas implorò la grazia di poterla seguire nel suo Regno; lei (che era la Regina degli Elfi) acconsentì, e lo fece montare dietro di sè. Andarono e andarono, finché, lasciati i territori umani, s’inoltrarono in quelli del Piccolo Popolo. Una volta dovettero attraversare un fiume di sangue, “perché dovete sapere che dalle sorgenti di quella strana terra sgorgava tutto il sangue versato da che esiste il mondo”.
Giunsero al regno degli Elfi, dove Thomas rimase sette anni. Al momento del congedo, la Regina degli Elfi gli regalò una mela, dicendogli di tenerla cara, perché gli avrebbe procurato fama e ricchezza. Quella mela, infatti, portò a Thomas il dono della profezia, che lo rese celebre in tutta la Scozia. Egli profetava in rima, e così fu detto Thomas il rimatore.
Beh, che mi dite? Se sappiamo cosa cercare, troviamo subito, nelle fiabe, le famose “tracce di donna e di dea”.
Qui, abbiamo un vestito verde come l’erba, un cavallo bianco come il latte, una Regina degli Elfi, un fiume di sangue, una mela e il dono della profezia. Possiamo lasciarci andare alla forza della nostra im-magi-nazione, all’istinto-ricordo magico che è in noi, frammischiandoci anche - perché no? - le nostre incrostazioni culturali. Verde come l’erba: la natura, la terra (coperta di prati e di boschi), le piante medicinali, le spezie. Bianco come il latte, rosso come il sangue: le gote di Biancaneve, la terra dove scorrono latte e miele, tutte le possibili simbologie del bianco e del rosso.
Ma attenzione: questo sangue nel Regno degli Elfi, questo sangue versato da che esiste il mondo, è sangue matriarcale, sangue mestruale, flusso di vita, non di morte.
Siamo nella terra della Dea Bianca, sul suo territorio simbolico! E, inoltre, basta leggere tutta la storia, con la sua atmosfera di bellezza e vitalità, armonia e positività (pure il successo “mondano” di Thomas ne fa parte), per trovare fuori posto quel “fiume di sangue”, se inteso come sangue in senso patriarcale, frutto di violenza. Restano la mela e la profezia: niente serpenti, niente peccati originali, solo conoscenza che provoca benessere, anche materiale. La mela come frutto della dea (tema che richiederebbe un volume a sè!).
Questa lettura di “Thomas il rimatore” è un mio “esercizio”. Trovo divertente, di tanto in tanto, inforcare occhiali matriarcali e leggere così le storie, la Storia. Provare per credere.
Lilla Consoni