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Sylvia Wetzel

Il coraggio di domandare

Estratti pubblicati dal libro Das Herz des Lotos (Il cuore del loto) in Miopia n.35, maggio 2000 - numero monotematico UNO SGUARDO AD ORIENTE

Traduzione di Alice Redetti


Non è facile per le donne porre domande. Una donna ha bisogno di coraggio per ritenersi importante, specialmente quando le donne e gli uomini presenti volgono gli occhi al cielo ed esclamano “Di nuovo con queste domande femministe. E’ tutto acqua passata, abbiamo già chiarito tutto vent’anni fa!” (1).

Relazioni d’amore

La maggior parte delle scuole buddhiste sostiene un ideale ascetico. Il Buddha storico era un monaco e tradizionalmente nel buddhismo le relazioni d’amore vengono viste come un impedimento al cammino. Come grande pragmatico e insegnante compassionevole il Buddha però sapeva che solamente la minoranza avrebbe scelto il cammino del celibato e dell’ascesi.

Sylvia Wetzel
Sylvia Wetzel

Alla grande maggioranza delle sue allieve ed allievi - i cosiddetti laici - egli pertanto si limitava a consigliare una vita matrimoniale impregnata di consapevolezza e stima nel rispetto di una certa linea etica. Malgrado questo, molti laici buddhisti orientali e occidentali - un tempo come ora - ritenevano e ritengono che una vita casta sia particolarmente salutare. Essi credono che nel corso del cammino spirituale l’interesse per l’amore fisico, per i bambini e per le relazioni familiari diminuisca. Le tradizioni tantriche invece lavorano direttamente sui sensi, sul corpo e sull’energia sessuale. Però le relazioni vengono usate “ritualmente”. Anche nel Tantra quindi la sessualità e le relazioni “normali” come tali non hanno alcuno spazio.

Pure nell’ambito delle relazioni lo sguardo maschile imprime la visione del mondo. Le donne danno alla luce i figli e li fanno crescere. Gli uomini prendono sì parte all’origine della nuova vita, ma finora non hanno mai avuto una funzione centrale nell’educazione dei bambini. Alcune strade ascetiche vedono sotto questo angolo visuale una compensazione metafisica all’invidia del parto degli uomini. Forse la tensione degli uomini verso un paradiso spirituale libero da corporeità e relazioni potrà risolversi solo quando gli uomini saranno veramente padri. Gli uomini al giorno d’oggi non devono più procurare giorno e notte la sopravvivenza della famiglia. Questo in teoria dà loro tempo e spazio per occuparsi dei loro bambini. Le donne che seguono il cammino buddhista (e altre tradizioni spirituali) hanno pensieri su “relazioni e maternità come cammino”, “sensi, senso e sensualità”, e su “amore, piacere e passione sul cammino spirituale”. Abbiamo pochi modelli, pertanto possiamo e dobbiamo fare esperimenti.

Quando uomini e donne prenderanno sul serio e impareranno le relazioni, a essere con se stessi e con gli altri, si scioglierà un pezzetto dell’infelice contrapposizione tra corpo e anima, cielo e terra, immanenza e trascendenza. Questa perlomeno è la tesi di Luce Irigaray  (2). Essa ritiene che noi possiamo imparare a rapportarci a tutte le diversità di questo mondo nel momento in cui abbiamo la chiave di una differenza sessuale vissuta e piena di rispetto  (3).

[…]

Quando una donna comincia ad avere a che fare con insegnamenti ed esercizi buddhisti e frequenta conferenze e corsi, mette piede in un mondo di simboli e potere maschili. Forse comincerà a riflettere sulle conseguenze di una simile situazione.

Verrà a sapere che alcuni scritti ritengono sfavorevole avere una vita in veste di donna. Una parola tibetana per “donna” significa letteralmente “nascita bassa”.

La tradizione tibetana nomina una lista di otto “qualità” che sono propizie alla vita spirituale: la settima è avere un corpo maschile. Che dichiarazioni del genere siano state fatte nel corso della storia sociale e religiosa del patriarcato, è comprensibile. Ma è problematico capire come possano essere mantenute e insegnate in modo del tutto acritico.

Per esempio mi ricordo quando, all’inizio degli anni ottanta, due monaci occidentali mi confidarono ingenuamente: “mi fai pena, io ce l’ho finalmente fatta a diventare uomo in questa vita. Però potresti pregare per rinascere uomo nella prossima incarnazione”. In Nepal incontrai una suora occidentale che mi raccontò raggiante di stare pregando per ottenere una reincarnazione maschile. E questa donna era cresciuta in California! (4)

[…]

Tutte le scuole buddhiste vogliono condurre gli esseri umani dalla sofferenza alla grande pace. A questo proposito fissano determinati punti basilari e adoperano metodi di vario tipo che furono sviluppati e formulati in diverse condizioni culturali. Il primo Buddhismo insegna la comprensione delle tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza (sofferenza, inconsistenza e assenza di sostanza di tutti i fenomeni) come cammino per uscire dalla sofferenza. La comprensione è la via che porta alla compassione e all’amore. Il pensiero Mahayana parla di saggezza e compassione e insegna la compassione come via pratica alla comprensione che tutto è vuoto. La compassione ci dà la forza di superare tutte le difficoltà sul cammino. Il buddhismo tantrico lavora con i concetti di beatitudine e vuoto e insegna la gioia non dualistica come via per la saggezza profonda, che si manifesta in forma di amore per tutti gli esseri viventi e come forza e attitudine di ricavare il meglio da ogni situazione.

A chi si rivolgono tali insegnamenti ed esercizi? Alla gente in generale, senza osservare il genere, la cultura e l’origine sociale - sostengono molti insegnanti. Alcuni accettano che gli insegnamenti siano ingabbiati in concetti legati a usi e costumi feudali. Lo sguardo sul mondo è sì lo sguardo dell’uomo, ma ciò - sostengono tali insegnanti - non ha alcuna importanza. E se anche ne avesse, gli effetti sarebbero comunque trascurabili. Così succede che le domande avanzate dalle donne non interessino a nessuno, che nessuno risponda di sua spontanea volontà.

Molte donne che stanno facendo il cammino si interrogano sul rapportarsi alla sofferenza, sull’espressione della rabbia, sull’irritazione e su altre “emozioni negative”, sulla coscienza del proprio valore e sulla fiducia in se stesse, sulle relazioni d’amore e sul rapporto col corpo e i sensi, sul ruolo delle e degli insegnanti. (5)

Capire la sofferenza.

Le difficoltà fanno parte della vita. Quando accettiamo ciò, c’è spazio per una felicità che non ha niente a che vedere con lo stare e scomparire della vita.

Nella vita non è tutto piacevole e non tutti i giorni sono giorni di gioia. Ciò verrà accettato come si può dalla maggior parte di noi, ma in realtà non accetteremo nel profondo del cuore. Quando ci ammaliamo, gli appuntamenti o i progetti di viaggi vanno a monte, e allora ci lamentiamo: “Perché proprio a me?”. Presumibilmente si vorrebbe vivere in un mondo ideale dove nessuno è in ritardo o si ammala, dove i computer non si rompono mai e tutti i colleghi\e lavorano sempre in modo entusiasta ed efficiente. Forse si vorrebbe addirittura programmare gli appuntamenti in modo tale che abbiano luogo solo nel momento in cui tutti siano in piena forma e non possa accadere niente di inaspettato. In realtà succede sempre che sia il compleanno di qualcuno o che si abbia mal di testa, o che la metropolitana sia in ritardo, o che ci sia sciopero della nettezza urbana, o che venga installato un nuovo telefono, o che il tonner sia finito e il negozio di computer abbia già chiuso. Di conseguenza è consigliabile tenere presente fin dal principio le difficoltà.

[…]

Se accettiamo le difficoltà quotidiane e non fissiamo la nostra attenzione solo sulle piccole prevedibili gioie, allora si forma lo spazio per la gioia maggiore del cuore aperto, del presente e della comprensione, che secondo l’insegnamento buddhista è la gioia più alta. (6)

Capire l’impermanenza

Non solo le difficoltà fanno parte della vita, ma anche i cambiamenti. Tutto cambia continuamente. Sensazioni e sentimenti, percezioni e pensieri, il nostro corpo e la natura, il tempo e le condizioni di vita, lo spirito del tempo e il clima.

Possiamo imparare ad accettarli, nel momento in cui li osserviamo per un certo tempo: i fiori sfioriscono, le coppie si separano, conoscenti cambiano posto di lavoro, governi cadono, i vicini traslocano, i nostri capelli diventano grigi e ci vengono le rughe.

Purtroppo i cambiamenti “negativi” ci colpiscono particolarmente. Per questo molti non amano alcun tipo di cambiamento e si attaccano alle cose esistenti, ad opinioni e abitudini, persone e situazioni. Anche quando il posto di lavoro è opprimente e il rapporto di coppia catastrofico, ci si attacca alla vecchia situazione piuttosto che prendere in considerazione un cambiamento. Però situazioni ed esperienze superate impediscono il nostro sviluppo. Se non riusciamo a lasciarle andare, soffriamo ancor di più e non siamo aperti a quei cambiamenti portatori di gioia che comunque ci sono sempre: il nostro nuovo appartamento è molto soleggiato, il nuovo programma di testo molto più facile da usare... ci innamoriamo di nuovo e un litigio finisce. (7)

Sylvia Wetzel

1) Sylvia Wetzel, Das Herz des Lotos, p.95-96.

2) Cfr. Luce Irigaray, Genealogie, 1988.

3) Sylvia Wetzel, Das Herz des Lotos, p.109-110.

4) Ibidem, p.120.

5) Ibidem, p.96.

6-7) Sylvia Wetzel, Hoch wie der Himmel, Tief wie die Erde, p.145-146.

I brani precedenti sono stati pubblicati su Miopia per gentile concessione dell’autrice. Traduzione di Alice Redetti.

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