Adriana Sbrogiò
Ti ho amata in carne e ossa
Da Miopia n.34, luglio 1999, numero monotematico RELAZIONI FEMMINILI
Ti ho amata in carne e ossa. Non è retorica. Stamattina sono proprio le tue ossa.
Io c’ero quando ti hanno calata nella fossa trent’anni fa. Ho in memoria il fruscio delle corde che venivano ritirate dopo aver sostenuto la cassa fino ad adagiarla sul fondo della fossa. E anche quel rumore delle zolle di tutti quelli che, chissà perché, volevano dare inizio alla tua sepoltura.
Io c’ero e pensavo che eri morta, che ero morta, che non ti avrei più vista, che eri morta ed ero morta, che non avrei più avuto il tuo sguardo, la tua carezza, la tua carezza, la tua carezza... le tue braccia aperte. Mamma – gridavo muta e senza lacrime – mamma non mi lasciare sola nel mondo, nessuno mi ama come te e ho ancora tante cose da farmi dire da te, ho da chiederti ogni giorno per ogni giorno se quello è un giorno, eppoi quante cose da farmi perdonare Mamma io ti voglio, ti voglio, ti voglio, voglio stare con te sempre, per sempre. Voglio dirti, voglio sentirti, toccarti, guardarti, camminare con te per strada, per campi, lungo la vita. Per sempre. “Si per sempre” – mi dicesti – “ma ora vai, vai... ora tocca a te. Io ci sono con te per sempre, d’ora in poi comunque, per sempre accanto a te”.
Ma come, mamma, come? – “Il come è il tuo modo di vivere!”.
C’è, questa volta, misericordia in quelle mani che raccolgono le tue ossa dalla fossa per adagiarle in quella piccola cassa di zinco che ti ho appena donata. Non sono mani indifferenti come quelle che sette anni or sono alzarono il coperchio della cassa scheggiato soltanto un poco e scossero il tuo corpo ancora saldo, intatto, rigido da 24 anni.
“Non si è ancora consumata” mi dissero quei due uomini con fastidio palese per aver compiuto un lavoro inutile. “Ma la possiamo togliere dalla terra, metterla in una cassa nuova e poi in un loculo nel ’condominio’ appena costruito.” Io sapevo, ho sempre saputo, che tu odiavi i loculi, tu amavi la terra e lì sulla terra ti ho lasciata ancora. Anche quel giorno non riuscivo a piangere, eppure mi sentivo soffocare e stringere la gola. Avevo la sensazione che eri stata molestata ancora.
C’è il sole appena sorto stamattina, e c’è il vento che punge sul viso, sposta le foglie morte, non fa venire i brividi, è asciutto, è un vento che asciuga. Le tue ossa non sono più bianche come ieri quando mi hanno fatto vedere che stavolta era possibile la riesumazione. Lentamente prendono un colore che va verso il ’ruggine’. Ci sono cumuli di terra attorno alla fossa scoperta. Per un attimo appoggio lo sguardo sul fondo, non so quello che vedo, non vedo scheletro. Non ho il coraggio di fermare lo sguardo. Guardo più in là, vedo ancora interi e ben sagomati i marmi della tomba nuova, quella che ti ho donata sette anni fa. Sì, perché la prima, quella di 31 anni fa, l’avevano rotta nel primo tentativo di riesumazione. Era più bella la prima della seconda. La foto però è la stessa, ma manca la lastra di marmo che copriva l’intera tomba, manca la lapide con sopra scritte le mie parole di rimpianto, ma soprattutto manca quel simbolo che io avevo voluto accanto alla lapide: la colonna di marmo, spezzata. Per me quella colonna significava che ti eri lasciata spezzare, togliere la vita piuttosto che rinunciare alla tua libertà. Io ti avevo vista maestosa come una colonna, ma anche percepita libera come il vento di stamattina.
Siamo qui, in piedi, a un paio di metri di distanza dai tuoi resti, Emilia ed io.
Mi tiene sottobraccio questa tua nipote e mi infonde coraggio. Ne percepisco tutta l’intenzione. La sento vicina, insieme, partecipe.
Le due Emilie, mi dico, io tra le due Emilie, tra passato e futuro. Ma quello che conta, ora, è questo presente- incontro-bivio, questa interpretazione-sintesi tra passato e futuro. La terra grembo ormai s’è nutrita di carne e sangue materno. Mi sostiene, con la sua stretta, la vita che c’è nel braccio di mia figlia e insieme la consapevolezza di quella mia vita nata, contenuta dentro le ossa di mia madre.
E’ pietoso il gesto di quell’uomo che sta, a gambe divaricate, sul fondo della fossa e che ha appena adagiato alcune ossa, un po’ strane e rotonde, nella cassetta. Penso alle ossa del bacino e penso che il mio stare al mondo è incominciato là, dentro la pelvi, adagiata su quel sacro mondo. Sono cresciuta per nove mesi dentro a quella conca e quasi, a volte, mi pare di ricordare... liquido, morbido, caldo, la luce del bensentire, del benstare. Fin da allora, tra noi due, amorevole tacita intesa vitale, infinito dialogo amoroso dentro l’essere eterno nel mondo.
Ogni tanto vedo appoggiare qualcosa di piccolo, molto piccolo, le dita – penso – sono le falangi delle dita. Rivedo le tue mani cosi belle, lunghe, affusolate, mani da pianista, avevo sentito dire, mani da gran signora. Non le avevo volute vedere congiunte, dopo che ti avevano deposta sul tavolo della camera mortuaria. Ho sempre avuto paura dell’immobilità e così non ho accettato di vederti Iì distesa rigida, fredda. E tutti mi dicevano che avevi il viso rilassato sorridente e due mani meravigliose, davvero da gran signora, proprio. Guardo le mie mani. Sono sempre state larghe, grosse, robuste. Di bello, hanno solo le unghie con quella bella lunetta bianca nell’attaccatura. Ora hanno anche la pelle sottile, quasi come quella della nonna e poi tutte quelle macchie della vecchiaia. Ma lavorano sempre tanto, sono mani attive e creative. Sai, il nonno Ernesto, il mio maestro di politica, mi ha sempre detto che le mie mani sono lo specchio del mio cuore: grandi, robuste e generose come il mio cuore. Tu, fin da piccola, mi dicevi che erano mani capaci di fare tutti i lavori che avessi voluto. Non ho mai capito se ci credevi davvero oppure se era un modo per esprimere il tuo desiderio che io diventassi duttile e agile. Io ti ho creduta e le mie mani sono diventate versatili e si sono applicate a tantissimi lavori.
E quelle due ossa, i due femori, penso, sono lunghe e non ci stanno comode dentro alla cassetta. Eppure devi starci tutta in quella cassetta che è fatta apposta per contenere le tue ossa. Vedo l’uomo provare e riprovare per posizionarle, ma poi tira fuori le ossa del bacino per meglio appoggiare sul fondo quelle più ingombranti. Le tue gambe. Ricordo il tuo modo di camminare. Ho nella memoria il rumore dei tuoi passi. Li riconoscevo a distanza, di giorno e anche di sera al buio quando, bambina, ti aspettavo là, poco distante da casa, nell’oscurità della strada dei campi, che tu tornassi dal lavoro. Avevi la cadenza di chi appoggia sempre per primo i talloni. Non era il tuo un passo leggero e nemmeno veloce. Ma quando lo udivo mi sentivo sicura e liberata e ti chiamavo, anche se non ti vedevo, ti chiamavo "mamma" una sola volta. Tu rispondevi “si” e io mi mettevo a correre seguendo il filo di quel “sì”. Ti meravigliavi del mio andare spedito, quando ero piccola, “sembra che voli” – mi dicevi – “vai in punta di piedi e pare che non appoggi mai i talloni”. E poi ricordo quand’ero seduta a cavalcioni sulle tue gambe e tu mi facevi trottare canticchiando “tutù tutù mussetta ea mama xe ‘ndà messa...” .
Altre ossa, meno lunghe. Forse le tue braccia. Quanta nostalgia delle tue braccia, mamma! Ogni tanto, negli ultimi anni, ci si abbracciava. Si litigava, si discuteva, ma poi alla fine ci si abbracciava. Mi piaceva il tuo braccio sulle mie spalle. Eri parecchio più alta di me e quando mi mettevi il tuo braccio attorno alle mie spalle mi sentivo protetta. In questo momento lo sta facendo Emilia. Anche lei è più alta di me. Lei, oggi, mi consola e gliene sono grata; ma ho nostalgia di te, di quel nostro ristabilire un contatto che partiva dall’essere. Chissà, forse, comincia proprio da una mano sulla spalla!
Quand’ero piccola e mi vedevi arrivare, ti sporgevi in avanti con le braccia aperte e mi invitavi: “corri, vieni che ti prendo”. E io correvo, correvo gridando “prendimi prendimi” e intanto mi tuffavo tra le tue braccia che si chiudevano in una stretta che mi faceva sentire un tutt’uno in te.
L’uomo stacca la mano finora appoggiata sull’orlo della fossa e, per un attimo, scompare. Subito riemerge e tiene con due mani la tua testa. E’ un teschio e io vedo, noi vediamo tanti capelli ancora attaccati al cranio. C’è un fremito e per un attimo eterno il silenzio è ancora più silenzio. “Lo sai che i capelli continuano a crescere anche dopo morti?!” Sussurra Emilia insieme al vento all’orecchio chinandosi un poco su di me. E la parola che è vita, benché imperfetta, vuole darsi un senso, una ragione, risposta immediata alla sorpresa, vuole ricomporre, riportare a normalità. Ma che cosa c’è di normale in un teschio pieno di fili-capelli ancora neri? Si ripete l’operazione di stivaggio e l’uomo pare imbarazzato perché, sento, vorrebbe fare presto, risparmiarci quella visione. E, come prima, toglie, sposta e rimette ossa dentro alla cassetta per fare spazio a quello che rimane della tua testa. Erano belli i tuoi capelli ricci ricci e corvini e non mi è stato dato di vederli imbiancare. Ti incorniciavano il viso dolce e perfetto, dalla carnagione rosea sullo sfondo bruno. Ricordo i tuoi occhi neri che brillavano quando sorridevi e scoprivi tutti quei denti bianchissimi che ti ho sempre invidiato. Stava bella dritta la tua testa sul collo sottile che amavo circondare con le mie braccia da piccola e anche dopo avrei voluto farlo.
Adesso prende il coperchio della cassetta e prova lentamente ad appoggiarlo. Ha intenzione di smettere. Forse ha recuperato tutto quello che c’era da recuperare. O forse no. Noi non andiamo a verificare. Non voglio guardare il fondo della fossa. Se qualcosa rimane alla terra, lo so, tu sarai ben felice. Ma il rito non finisce con la chiusura della cassettina perché bisogna portarla dentro al piccolo loculo-ossario dove ti aspettano altre tre cassette contenenti le ossa di tuo padre, di tua mamma e dello zio Alfonso che sono morti dopo di te, ma i cui corpi si sono consumati più velocemente e quindi riesumati prima. Tu avresti dovuto stare con i tuoi genitori, perché il loculo è costruito soltanto per tre cassettine. L’hai amato tanto il tuo fratello handicappato e anch’ io ho amato tanto lo zio. Abbiamo vissuto tanto insieme e ci capivamo cosi bene! Tutti dicevano che si capivano bene quei due: l’anziano zio “scemo” e la nipote strana, diversa, che se lo curava con amore come se fosse un fratellino piccolo.
L’uomo mi mostra e mi fa segno che quattro cassette proprio non ci stanno in quell’ossario. Bisogna far stare le ossa di quattro persone su tre cassette Mi si ribella qualcosa dentro. Possibile, mamma, che non ti vada mai dritto niente, neanche dopo morta da più di trent’anni? Ecco, vedi, non c’è posto per te in quel buco. Il nonno, la nonna e lo zio hanno occupato tutto lo spazio, hanno anche il tuo posto, Ma la tua cassettina, basta, non va più toccata. Basta, basta con quel metti dentro, tira fuori e rimetti dentro ossa.
Tu, mamma, stai ferma lì e lascia fare a me.
Vengono scoperchiate le altre tre cassettine di zinco e la testa del nonno si mette vicina a quella della nonna per lasciare lo spazio a quella dello zio. Sono stati insieme tutta la vita, i nostri vecchi, si sono tenuti per mano fino alla fine dei loro giorni, poi per qualche anno li ha separati la morte, ma adesso le loro teste saranno inseparabili per l’eternità. Poi si prendono le ossa dello zio e si suddividono, si sposta, si appoggia con delicatezza di qua e di là, finché ci stanno, si mescolano tra quelle della nonna e del nonno. Non ci stanno tutte, ma si rinchiudono le due cassette colme e si infilano dentro al loculo. La tua cassetta la mettiamo di traverso e all’inizio dell’apertura. Si svuota la cassettina dello zio e man mano le ossa restanti vengono infilate negli spazi vuoti tra una cassetta e l’altra dentro al loculo.
Calce e cemento e una lastra di marmo giusta giusta sull’imboccatura.
Finalmente in pace davvero. Quelle quattro foto ci guardano. Spero e dico tra me e me ai miei nonni: vi raccomando, nel giorno della resurrezione non fate confusione, ne ho già fatta io abbastanza per salvaguardare, almeno un po’, vostra figlia.
Poi vi ho visti tutti e quattro camminare nel sempre e parlottare tra voi intendendovi. E tu, mamma, mi sei ancora accanto. “Adriana” – mi chiami e mi comunichi– “non hai ancora capito che non sono queste le ossa per la resurrezione, che non ci servono più. Questi sono i riti inutili di quella che sembra, che assomiglia alla Pietà. Io, noi siamo già risorti!” “Ma mamma – ribatto stizzita – ma allora è stato proprio tutto inutile?” – “No, se hai dovuto passare anche di qua, se ti è stata necessaria anche questa porta”.
Ringraziamo il signor uomo che ha terminato il suo compito. Lui quasi si scusa dicendo: “è d’obbligo che ci siano i parenti e, certe volte, sto male anch’io perché mi accorgo che circolano sentimenti ancora tanto vivi”.
Emilia mi tiene ancora sottobraccio e ci avviamo verso l’uscita del cimitero.
Sono quasi le otto del mattino.
C’è gente che va. Emilia fa un sospiro e mi stringe il braccio.
Penso a voce alta: “se mi avessero detto che l’avrei fatto, avrei risposto di no”.
Dài, dài, mamma, è fatta anche questa. A proposito come diceva la nonna...? “Non dire mai: per quella strada io non ci andrò, perché la vita potrebbe costringerti a percorrerla di corsa”.
Adriana Sbrogiò
(Il presente brano è tratto da Stare nell’amore femminile della madre – Vai vai... non sono qui – Riesumazioni, di Adriana Sbrogiò)