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Adriana Sbrogiò

Il maschile e le mie emozioni

Da Miopia n.33, febbraio 1999, numero monotematico ETEROSESSUALITÀ TRA CRISI DEL PATRIARCATO E LIBERTÀ FEMMINILE


 

 

Emozioni negative: La prima emozione che ricordo è la paura. Da piccola avevo paura degli uomini, sia dei grandi che di quelli più giovani. Ricordo, nella primissima infanzia, l’emarginazione, i dispetti, le botte dei cuginetti.

Allora vivevo ancora nella casa patriarcale di mio padre e, da quei primi anni della mia vita, mi sono rimasti presenti, anche contro la mia volontà, lo schifo ed il terrore che avevo provato per un ragazzo abbastanza grande che mi aveva obbligata più volte a stare ferma, in un qualche angolo nascosto, mentre soddisfaceva i suoi istinti sessuali sul mio ventre e sulle mie gambe di bambina di non ancora quattro anni.

Fu per me una liberazione quando mia madre mi portò a vivere nella casa dei nonni materni. I motivi che spinsero mia madre ad andarsene furono altri (li conobbi molti anni dopo). Non ho mai avuto il coraggio di raccontare neanche a mia madre quanto era accaduto. Il ragazzino mi minacciava ed io inoltre non volevo dare un dispiacere alla mamma che sentivo già preoccupata per tante altre cose.

Quand’ero piccola ed anche nella giovinezza, mi emozionavo molto quando un uomo adulto mi guardava con tenerezza e magari mi faceva una carezza sulla testa. Qualche volta mi sono messa a piangere dalla gioia nel sentirmi oggetto di attenzione ed affetto da parte di un uomo che avrebbe potuto essere mio padre.

Fu proprio un irrispettoso gesto di mio padre, però, che mi fece pensare che forse gli uomini erano tutti degli sporcaccioni, eccetto, naturalmente, il nonno materno e gli zii con i quali vivevo.

Avevo sedici anni e, dato che i miei genitori si erano separati, non vivevo e non avevo relazione con mio padre ormai da dodici anni. In un pomeriggio di domenica, all’uscita dalla chiesa dove avevo assistito alle funzioni pomeridiane, mentre stavo in cerchio e chiacchieravo con alcune amiche e amici, si avvicinò mio padre. Nessuna amica o amico sapeva chi egli fosse perché non lo nominavo mai, anzi a qualcuna avevo fatto credere che era morto in guerra. Lui mi squadrò dalla testa ai piedi e, come cosa sua, con un sorriso beffardo mise la mano su un mio seno dicendo: “Come sei cresciuta ben sviluppata, se non fossi mia figlia ti vorrei per amante”.

Ho provato una tale vergogna che avrei voluto sprofondare sotto terra. Questo episodio ha segnato la rottura definitiva con il padre naturale. Malgrado l’umiliazione, che non ho più dimenticato, non ho mai detestato totalmente gli uomini perché il dolore che ho provato è sempre stato più grande dell’odio che potevano ispirarmi. Un dolore provocato dalla constatazione dell’abisso che correva tra il mio desiderio d’amore e i miei bisogni affettivi, quindi le mie aspettative nei loro confronti e ciò che mi era stato concesso.

Anche su questo versante, probabilmente, il mio desiderio d’amore ha dimostrato di essere più forte del dato storico negativo. Infatti, ad un certo punto della mia vita, ho rinunciato a quel desiderio-bisogno dell’affetto di mio padre, ma non al desiderio di amore paterno che mi lasciava sperare e intravedere l’esistenza di uomini degni di me, del mio amore.

Le esperienze di relazioni con uomini seri e rispettosi, vissute lungo la mia vita, mi hanno permesso di credere che l’umanità maschile andava migliorandosi.

A questi uomini sono grata.

Adriana Sbrogiò

(Testo tratto dalla raccolta Dire l’esperienza–tracce–segni–sfregi–ferite.)

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