María-Milagros Rivera Garretas
Le figlie delle femministe
Da Miopia n.32, febbraio 1999, numero monotematico I figli, le figlie

All’inizio dell’estate scorsa, mia figlia L., allora ventunenne, stava cercando tra i miei libri qualcosa che le potesse piacere quell’anno. Vedendo “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, domandò: “Di che parla?”. Io le risposi: “E’ un classico del femminismo; dimostra che le donne siamo questo, il secondo sesso”. Lei, perplessa, rispose: “Questo dice una femminista?”. E continuò a cercare.
All’università, le mie allieve e allievi del primo anno, che da tre anni sono le figlie e i figli o le allieve e allievi delle femministe, hanno trasformato, come per magia, il corso di storia delle donne in un corso di storia generale. Non le sorprende che la spieghi, non fanno smorfie o gesti di rassegnazione di fronte a una storia articolata (quando posso) al femminile e al maschile. Tanto che due di loro, che avevano scelto di parlare in classe del femminismo di Montserrat Roig, la scrittrice e militante comunista degli anni Settanta e Ottanta morta giovane nel 1991, si rivolsero a me scoraggiate perché - dicevano - “il suo femminismo non lo capiamo”. Perplessa io, questa volta, indagai: “Ma, non lo capite? C’è molto da capire? O, forse, non vi riconoscete?”. “E’ questo, sì, non ci vediamo in ciò che lei rivendica”. E, come giustificandosi: “E’ che noi abbiamo vissuto sempre con le nostre madri, che sono divorziate, hanno il loro lavoro e la loro vita. Non ci sembra che siano subordinate a nessuno”.
Questi aneddoti dicono che, negli ultimi trent’anni, le donne ci siamo trasformate radicalmente e, con noi, si è trasformata la civiltà intera. Si tratta di una trasformazione qualitativa, che è andata più lentamente di una rivoluzione ma che ha spostato dalla radice la natura della relazione di molte donne con se stesse, con le altre, con gli uomini. Tanto che la differenza di essere donna non è più vissuta come una fonte di disuguaglianza e di discriminazione ed è diventata per parecchie fonte di libertà e di senso. Perfino la relazione con la madre concreta e personale, che fu il grande scoglio del femminismo rivendicativo, è andata permettendo che la si percepisca e apprezzi come il sostegno amoroso, nella somiglianza e nella disparità, che può essere e che molte volte è.
Le principali autrici di cambiamenti tanto importanti sono state le madri e le maestre femministe o toccate dal femminismo; madri e maestre che hanno saputo cancellare il confine che prima separava la casa dalla scuola e divideva bambine e bambini tra il luogo dell’affetto e il luogo della disciplina. Al farsi adulte, queste bambine si muovono, si stanno muovendo nel mondo, intere, secondo il loro gusto e il loro desiderio, senza quasi imposizioni, inventando giorno per giorno strategie per far fronte all’abisso che ora separa il loro alto livello d’istruzione dal lavoro pagato. Il femminismo - dicono - non le interessa, forse perché lo portano dentro, e ciò che si porta dentro non ha bisogno di essere rivendicato.
Le figlie delle femministe hanno trasformato, per esempio, l’università. Nell’Università di Barcellona, nel 1996/97, le alunne erano il 62,3% del totale degli studenti, di fronte al 7,5% del 1939/40 o al 34% del 1969/70. Queste alunne seguono con disinvoltura le facoltà tecniche e meccaniche, ma non hanno abbandonato quelle umanistiche e nemmeno il gusto per la chiacchierata, per la relazione e per la bellezza del “tra-donne”. Cioè, hanno trasformato, non hanno mimetizzato il fare tradizionale maschile. Al momento di entrare nel mercato del lavoro, nonostante la molta disoccupazione femminile, c’è una tendenza sorprendente che indica che, in Spagna, più donne che uomini trovano o si creano un lavoro pagato: l’80,7% del totale dei nuovi posti di lavoro tra il 1982 e il 1996. Non solo perché ne hanno bisogno o lo impone il capitalismo, ma perché loro lo desiderano e hanno deciso di intervenire lì.
Queste tendenze non apportano una lista di contenuti di ciò che è essere donna in questo vecchio Occidente in cui sono nata e vivo. Disegnano uno stare al mondo non omologabile con lo stare di lui: uno stare fluido, non imprigionabile, attento alla necessità e al desiderio nel presente. Uno stare, essendo, che la scrittrice di lingua portoghese Clarice Lispector mise semplicemente in parole: “Bella? No, donna”.
María Milagros Rivera Garretas
Questo articolo è stato pubblicato su La Vanguardia dell’8 marzo 1998. La traduzione è di Clara Jourdan.
María Milagros Rivera Garretas insegna Storia medievale e dirige il Centro de Recerca de Dones dell’Università di Barcellona e la sua rivista “Duoda”. Da anni collabora con “Via Dogana”. Recentemente è stato tradotto in italiano un suo libro, Nominare il mondo al femminile (Editori Riuniti).